L’intervento del presidente di Federfarma Marco Cossolo a FarmacistaPiù ha suscitato le riflessioni di un farmacista che, in una lettera inviata al nostro giornale, ha espresso il proprio punto di vista. Pur sottolineando che quanto esposto dal dirigente dell’associazione di categoria «di fronte al ministro, al presidente della Fofi e ai colleghi non ha nulla di sbagliato. Al contrario, si tratta di concetti e principi basilari e fondanti della farmacia, quanto meno di quella italiana». Eppure, il discorso ha suscitato anche alcune perplessità nel firmatario della lettera.

«È stato al contempo un piacere e un dolore – spiega il farmacista – sentir confessare pubblicamente da un presidente in carica che fu fatto, certo non da lui, il “padre di tutti gli errori”, ovvero abbandonare l’esclusiva del medicinale compensandolo stupidamente con il commercio di altri beni, parasanitari e non. E poi la madre di tutti gli errori: aver accettato, lasciandola passare come una legge qualunque, la 405 del 2000 che ci ha tolto un’esclusiva che fino ad allora non era mai stata messa in discussione. Un piacere, perché finalmente un presidente ha riconosciuto che il sindacato ha creato parecchi problemi; un dolore, perché tutti i nostri appelli e scritti furono fin dagli anni Novanta ignorati, e a volte sottovalutati».

Il professionista cita quindi la nuova convenzione e la nuova remunerazione, sottolineando: «Per i medici, nella loro vecchia e nuova convenzione c’è inserita ad un solo livello nazionale, dettagliatamente e punto per punto la remunerazione di ogni singola attività professionale: dall’orario di ambulatorio, a quello di disponibilità, dai vari tipi di certificati alle medicazioni, dalle visite domiciliari urgenti a quelle di routine, dalla rimozione dei punti di sutura al lavaggio delle orecchie. Tutto, anche la remunerazione per fasce di anzianità dei pazienti e perfino quelle del medico. Ma noi no: vergogna a parlare di vil denaro». Così, «si possono cambiare i parametri in ogni momento e a macchie di leopardo regionali, senza dover riprendere in mano la rottura di scatole della convenzione. Perché noi no: non possiamo avere una remunerazione nazionale uguale per tutti».

Il farmacista si chiede poi perché, in tema di remunerazione, non si sia fatto  a FarmacistaPiù un «accenno ai numeri»: «Non si sa come e quanto sarà remunerata la dispensazione delle prescrizioni in regime SSN; le consegne in regime di DPC; gli altri servizi del disciplinare; i costi ulteriori per mettere in campo tali servizi indispensabili». Secondo il punto di vista dell’autore della lettera, occorrerebbe sottolineare «che un collaboratore costa alla farmacia 50.000 euro ma in tasca si mette solo 2.000 euro al mese. E ci sono titolari da soli in farmacie rurali che se arrivano a questo stipendio netto da tasse sono eroi». Per cui, accettare compromessi sulla remunerazione sarebbe «illogico e ingiusto». Ancora, conclude il testo, non si è parlato «di abolire la legge 405 o, in subordine, di limitarla ai soli farmaci urgenti in dimissione. E neppure di far tornare tutti i medicinali in farmacia, di ogni classe e fascia, compresi SOP e OTC. Così come di unificare sul territorio nazionale ticket e regole su AIR e DPC e i contributi alle rurali disagiate che sopravvivono solo grazie ad essi. Né si è discusso di detassare i contributi regionali e nazionali alle rurali disagiate che li trovano decurtati del 40%».

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