Un gruppo di ricercatori dell’Università di Trieste ha reso disponibile lo studio «Community pharmacists exposure to Covid-19», in corso di pubblicazione sulla rivista scientifica Research in Social and Administrative Pharmacy, in merito all’esposizione dei farmacisti di comunità a Sars-CoV-2. Tra il 30 aprile e il 10 maggio 2020 ai farmacisti territoriali è stato somministrato un questionario con lo scopo di stimare il rischio di esposizione occupazionale. Dei 67.000 farmacisti che attualmente lavorano nelle farmacie del territorio, hanno risposto in 1.632. La popolazione del sondaggio riflette quella dei farmacisti che lavorano nelle 19.931 farmacie private e pubbliche in Italia in termini di età, genere e numero di collaboratori. Nel 99,9% delle farmacie sono state adottate misure di protezione: nel 98% dei casi dispositivi di protezione individuale, nell’87,9% posizionamento di barriere fisiche in plexiglass o vetro, nell’89,1% riduzione dell’accesso dei clienti, nel 68,8% altri metodi di distanziamento sociale.

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Secondo quanto emerso, 624 farmacisti (38,2%) hanno sviluppato almeno un sintomo legato a Covid-19: 269 soggetti hanno presentato i sintomi più indicativi di Covid-19 (febbre, tosse, dispnea e anosmia/ageusia); 355 hanno riportato almeno un sintomo aspecifico (mialgie, astenia, mal di gola, mal di testa, diarrea e confusione mentale). Il periodo con il maggior numero di farmacisti sintomatici è stato tra il 28 febbraio e l’8 marzo, dopodiché si è registrata una Covid-19 dei casi. Nel periodo di studio, 102 farmacisti territoriali sono stati sottoposti a test per Covid-19: 65 erano sintomatici con sintomi altamente indicativi di Covid-19 o sintomi aspecifici, mentre 37 erano asintomatici. Tra i sintomatici, 25 sono stati sottoposti ai test a causa dello sviluppo di sintomi, di contatti con colleghi, parenti, clienti positivi o di altre questioni di sorveglianza epidemiologica. In totale, 15 farmacisti (lo 0,92% dell’intera popolazione del sondaggio) sono risultati positivi al tampone nasofaringeo.

I limiti dello studio sono legati alla sua natura online, in quanto l’accesso diversificato ai social media e alla messaggistica istantanea ha portato al reclutamento del 2,4% della popolazione attiva di farmacisti territoriali. Inoltre, gli autori non hanno potuto includere i dati relativi alle ospedalizzazioni e questo ha portato all’omissione delle informazioni sui farmacisti con sintomi più severi. Comunque, questo è il sondaggio più ampio condotto finora sulla prevalenza di Covid-19 tra i farmacisti di comunità, che sono stati probabilmente una delle prime categorie di lavoratori a rischio di contatto con Covid-19. Prima del DPCM 11 marzo 2020 è plausibile che un numero considerevole di persone con sintomi respiratori si sia rivolto a farmacisti del territorio per un consiglio, promuovendo la trasmissione del virus. Questa ipotesi è supportata dal gran numero di sintomatici tra i farmacisti nel periodo dal 28 febbraio all’8 marzo, quando veniva eseguito un minor numero di test. Quando è diminuito il numero di farmacisti sintomatici, è stato eseguito un numero maggiore di test. È quindi probabile che la prevalenza di Covid-19 tra i farmacisti di comunità (0,92% nel sondaggio rispetto allo 0,31% nella popolazione generale tra i 20 e i 29 anni e all’1,98% tra altri lavoratori della sanità) sia sottostimata. Va infine aggiunto che i farmacisti territoriali si sono comportati in maniera responsabile adottando diverse misure di protezione, limitando così la diffusione del virus.

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