abusivismo professionale farmaciaNon è il primo e certamente non sarà l’ultimo caso, quello raccontato dal Gazzettino di Venezia su una farmacista che esercita in un villaggio della provincia di Belluno, per la quale è stato chiesta una condanna ad un mese perché nel 2013 avrebbe fatto lavorare dietro al banco il marito, non autorizzato a farlo. Di vicende simili, infatti, ne sono state documentate molte. FarmaciaVirtuale.it ha ascoltato l’opinione in merito del presidente del Sindacato Nazionale dei Farmacisti non Titolari Sinasfa, Francesco Imperadrice, secondo il quale il problema è anche e soprattutto di natura “culturale”.
«Dobbiamo tenere presente – spiega il dirigente – che quando viene concesso ad una persona non autorizzata di esercitare la professione di farmacista, questa non è in alcun modo riconoscibile come un laureato abilitato. Non indossa infatti un camice bianco, né il caduceo, né tantomeno il tesserino di riconoscimento. Eppure, spesso i pazienti entrano in farmacia e neppure si pongono domande: partono dal presupposto che chi sta dietro al banco abbia diritto di dispensare farmaci, rispondere a domande, fornire indicazioni e consigli». A ciò si affiancano poi questioni più strettamente logistiche: «In alcuni casi l’afflusso di clientela in farmacia è molto ampio in determinate ore della giornata: è in questi momenti che si verificano più di frequente i casi di esercizio abusivo. O altrimenti in orari notturni, o ancora in funzione di problemi specifici di indisponibilità del titolare ad esempio». Ma, sottolinea Imperadrice, in questi casi «i rischi sono altissimi, perché parliamo della salute dei pazienti. Si tratta di un fenomeno che ha molti punti di contatto con la dispensazione di medicinali con obbligo di ricetta senza la presentazione della stessa. Alcuni farmacisti dicono: “Tanto se non lo faccio io sarà un altro collega a farlo”. E così è il farmacista stesso a sconfinare nell’esercizio abusivo di un’altra professione, quella medica». Come uscire dunque da questa impasse? «Difficile rispondere alla domanda – prosegue il presidente del Sinasfa -. Chiaro che un punto di partenza fondamentale è quello dell’onestà intellettuale. Più in generale, il problema è legato anche al fatto che la professione è in qualche modo dipendente dal lato commerciale. È evidente che se il farmacista percepisse una remunerazione che prescinde dal quantitativo di farmaci venduto, le cose sarebbero probabilmente diverse».

© Riproduzione riservata