ddl concorrenza farmacieIl disegno di legge sulla Concorrenza è stato approvato in prima lettura dalla Camera dei Deputati. Montecitorio ha infatti licenziato il testo con 269 voti a favore, 168 contrari e 23 astenuti. Tra le decisioni assunte, quelle riguardanti la categoria dei farmacisti sono, principalmente, la mancata liberalizzazione dei farmaci di fascia C (nonostante un acceso dibattito parlamentare in materia) e l’ingresso delle società di capitale nelle farmacie (con il contemporaneo decadimento della soglia massima di 4 esercizi per un singolo soggetto), con esclusioni di medici, informatori scientifici e produttori di medicinali.
Decisioni che hanno diviso fortemente la professione: da un lato Davide Gullotta, presidente della Federazione Nazionale Parafarmacie Italiane, ha commentato che l’ingresso di non farmacisti nel capitale delle farmacie «significa umiliare e negare la professione alla maggioranza dei laureati». Dall’altra, Federfarma ha espresso invece soddisfazione, sottolineando come la Camera abbia «riconosciuto il valore sociale e sanitario della farmacia», nonché «la necessità di far prevalere la salute pubblica dei cittadini».
In realtà, però, è ancora presto per trarre conclusioni definitive. L’iter di approvazione delle leggi ordinarie prevede infatti una procedura basata sul cosiddetto bicameralismo perfetto, ovvero il fatto che i due rami del Parlamento si equivalgono in termini di funzioni e poteri. Ciò significa che il procedimento che è stato effettuato alla Camera dovrà essere ripercorso anche dal Senato: la differenza è che la “base” dei lavori di quest’ultimo sarà, ovviamente, il testo licenziato da Montecitorio.
Tuttavia, qualora a Palazzo Madama dovesse essere approvata una qualsiasi modifica al Ddl, esso non potrà essere inviato al Capo dello Stato per la promulgazione. Al contrario, dovrà tornare alla Camera per essere votato di nuovo. E se Montecitorio dovesse apportare ulteriori modifiche, la parola tornerebbe ancora al Senato: ciò finché le due camere non si saranno accordate su un testo identico. Solo a quel punto la legge potrà essere considerata approvata, e quindi inviata al Quirinale. Il presidente della Repubblica, tuttavia, potrà valutarla e, qualora dovesse ritenerla per qualsiasi ragione non aderente ai principi della Costituzione, potrebbe decidere di esercitare il “veto sospensivo”, rifiutandosi di firmare e rinviando il testo ai parlamentari (con un messaggio motivato). Qualora la legge fosse nuovamente approvata nel testo originario, il Capo dello Stato sarebbe invece obbligato a promulgarla.
Il cammino, dunque, potrebbe essere veloce e fluido, ma anche lento e tortuoso: tutto dipenderà dall’orientamento dei senatori. Il governo punta, secondo quanto dichiarato dal ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi, all’approvazione «entro la fine dell’anno». Ma lo stesso membro del governo Renzi ha auspicato «che il Senato «possa arricchire il testo, pur nel rispetto dei tempi previsti». Il che equivarrebbe ad apportare modifiche, richiedendo dunque, secondo l’iter legis, un nuovo pronunciamento anche da parte della Camera.

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