«Ho letto con sgomento le sue affermazioni riguardo al ruolo che lei attribuisce ai farmacisti circa la carenza di mascherine chirurgiche e con altrettanto disagio i goffi tentativi di correggersi senza smentirsi. Per lei noi siamo gli approfittatori che speculano sulle offese della gente, per i bergamaschi siamo quelli che hanno rinunciato ad ogni contributo per non interrompere la fornitura di ossigeno, lavorando di fatto, gratis». Inizia così la missiva firmata da Ernesto De Amici, presidente dell’Ordine dei farmacisti di Bergamo, inviata il 19 maggio 2020 a Domenico Arcuri, commissario straordinario per l’emergenza coronavirus, alla presidenza del Consiglio dei ministri, a Invitalia e alla Protezione Civile nazionale.

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«Eppure – prosegue la lettera – siamo sempre gli stessi. Allora quale è la verità? La sua visione distorta dal desiderio spasmodico di salvarsi la sedia (non la faccia, quella è perduta) oppure la realtà che i bergamaschi toccano con mano ogni giorno? Ovviamente non pretendo che mi creda sulla parola, ma si informi presso la dirigenza dell’Ats di Bergamo. E poi si vergogni».

Solo alcuni giorni prima Andrea Mandelli, presidente della Fofi, aveva commentato le dichiarazioni del commissario straordinario Arcuri sulla distribuzione delle mascherine: «In questa crisi abbiamo pagato un pesante tributo in termini di colleghi contagiati e anche uccisi dal Covid-19, mentre lavoravano al servizio dei pazienti. Voglio credere – aveva detto Mandelli – che sia stata messa la parola fine a illazioni e sospetti assolutamente intollerabili sul nostro operato, che continueremo a svolgere con l’impegno di sempre».

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