lettera-maurizio-bisozzi«Mi sono laureato nel lontano 1977. Poi l’esame di Stato e l’abilitazione in Farmacia ospedaliera. Quindi ho vinto un concorso regionale per una farmacia in un paese di 1400 abitanti, in provincia di Viterbo. Realtà minuscola, senza potermi permettere economicamente l’ausilio di un collega o di una magazziniera, obbligato per legge a tenere aperto, oltre ai normali giorni lavorativi, due domeniche al mese e a garantire la reperibilità notturna per quindici giorni al mese». La terza lettera inviata nel giro di poche settimane al ministro della Salute Giulia Grillo comincia così.

Un professionista racconta la propria carriera, passata poi per una farmacia di Roma: «Anni vissuti nell’ansia mensile di non essere in grado di pagare le rate alla banca, come succede a tutti gli imprenditori, finché, quando cominciavo a vedere l’uscita del tunnel, arrivò il 2006 e la legge Bersani sulle parafarmacie. Chiunque, senza un esame specifico, un concorso, con la semplice laurea poteva aprire una parafarmacia come e dove voleva».

Il farmacista prosegue poi sottolineando che «le parafarmacie non hanno l’obbligo di rispettare né orari di apertura, né obblighi festivi. Non detengono farmaci stupefacenti e non devono rispettare le giustamente severe norme che ne regolamentano la dispensazione. Perché, in effetti, non sono presidi sanitari, ma esercizi di vicinato, in altre parole comuni negozi della salute. Come in tutto il mondo esistono, ma, unico esempio mondiale, solo le nostre hanno l’obbligo di avere un farmacista al suo interno».

Al contrario, secondo il professionista «sono le farmacie gli unici presidi sanitari sul territorio, aperte 24 ore al giorno e per 365 giorni all’anno. Quello che non capisco è perché si sia dovuto far nascere una anomalia unica al mondo e minacciare così la stabilità di un sistema distributivo semplice e funzionale. Perché non si è mai spiegato chiaramente e senza ambiguità ai miei colleghi, tratti in inganno dalla natura colpevolmente equivoca della nascita delle parafarmacie, che le farmacie hanno un ruolo preciso nell’economia sanitaria nazionale, che sono inserite a pieno titolo nella legge istitutiva della farmacia dei servizi, che effettuano autoanalisi di prima istanza, mettono a disposizione del cittadino la possibilità di effettuare Holter pressori e cardiaci liberando risorse negli studi medici e negli ospedali, promuovono campagne di sensibilizzazione e screening in accordo con le Asl regionali, effettuano la presa in carico del paziente e monitorano l’aderenza alla terapia, migliorando lo stato di salute del cittadino e delle casse pubbliche. La parafarmacia è altro, ha finalità diverse, essenzialmente commerciali».

In precedenza, al membro del governo di Giuseppe Conte erano arrivate altre due lettere. Nella prima, una farmacista molisana di 42 anni aveva ripercorso i propri studi studi, la ricerca di lavoro e le difficoltà legate alla sua parafarmacia. Grillo aveva risposto attraverso un video, nel quale aveva assicurato: «Su questo tema, come su altri, stiamo lavorando. Si tratta di una questione ampia, sulla quale occorre fare una riforma complessiva del sistema. Avvieremo un confronto con tutte le parti interessate, per cercare di arrivare ad una situazione condivisa».

Nella seconda lettera, il marito di una titolare di parafarmacia, parlando di farmacisti titolari di parafarmacie e di farmacie osservava: «Stessi studi, stessi percorsi, stesso fiele sputato su libri di testo, esami e notti insonni. Perché i clienti di mia moglie devono ingurgitare due tachipirine da 500 mg, e non trovano quella da 1.000 mg? Perché tutto questo è permesso e un farmacista formato e competente deve fare il para-farmacista?».

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