
Nei percorsi di cura oncologica le interazioni tra farmaci hanno implicazioni dirette sia sull’efficacia dei trattamenti, sia sulla sicurezza dei pazienti. La politerapia, infatti, può portare alla riduzione dell’effetto terapeutico dei farmaci antitumorali o all’insorgenza di eventi avversi gravi. Si è parlato di questi temi in un convegno a Milano dal titolo “Le interazioni farmacologiche nella gestione del rischio clinico: guida ragionata nel percorso decisionale (e all’etica della scelta)”. I dati presentati hanno indicato che due terzi dei pazienti in trattamento attivo sono esposti al rischio. Le interazioni farmacologiche di entità severa sono state responsabili del 2% dei ricoveri ospedalieri e del 4% dei decessi tra le persone con tumore. Nonostante le evidenze, le conseguenze della politerapia restano sottovalutate nella pratica clinica quotidiana.
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Rischio derivante dall’uso concomitante di farmaci di supporto
Gianluca Vago, direttore del Dipartimento di oncologia ed emato-oncologia (Dipo) della Statale di Milano, ha sottolineato che «nella cura del cancro, il rischio di interazioni farmacologiche è aumentato dall’uso concomitante di farmaci di supporto come antiemetici, anticonvulsivanti, analgesici e corticosteroidi. L’elevata prevalenza della politerapia nei pazienti oncologici pone una serie di sfide uniche, perché è in grado di compromettere l’efficacia e la sicurezza delle cure anti-cancro, portando a una riduzione dell’effetto terapeutico o a eventi avversi inaspettati. È possibile che si verifichino interazioni farmacologiche o perdita di efficacia delle terapie oncologiche anche quando il paziente assume farmaci in auto-prescrizione. Le reazioni possono essere gravi e imporre un onere significativo al Servizio sanitario nazionale, per l’aumento dei ricoveri ospedalieri, della morbilità e della mortalità».
Valutazione etica del beneficio atteso
Gabriella Pravettoni, docente di Psicologia delle decisioni al Dipo della Statale di Milano e direttrice della divisione di Psiconcologia dello Ieo, ha puntualizzato che «in oncologia, il tema è particolarmente delicato. La scelta terapeutica, specie nei casi di malattia avanzata o metastatica, implica non solo la conoscenza delle interazioni, ma anche una valutazione etica del beneficio atteso. È necessario chiedersi fino a che punto sia opportuno spingersi nel proporre un trattamento e come integrare l’expertise clinica con la soggettività del paziente, i suoi valori, le sue paure e priorità. L’etica della scelta terapeutica e il sostegno psiconcologico nel processo decisionale diventano così un esercizio di equilibrio tra appropriatezza, proporzionalità e rispetto dell’autonomia».
Patient-reported outcome per la valutazione dei trattamenti
Pravettoni ha spiegato che «i Pro (Patient-reported outcome, ndr) sono strumenti importantissimi nella valutazione dei trattamenti anticancro e della qualità di vita, perché aggiungono i dati riferiti direttamente dai pazienti, senza alcun filtro, ampliando le conoscenze sul valore delle terapie. È importante migliorare la tempestività con cui queste informazioni vengono raccolte. Oggi pochi ospedali adottano misure di monitoraggio sistematico dei sintomi da parte dei pazienti. Serve un cambio di passo, perché la raccolta e l’analisi del punto di vista dei malati sull’esito di un trattamento non restino solo un principio teorico, ma diventino un metodo imprescindibile. I Pro, inoltre, possono favorire il “patient empowerment”, perché consentono al paziente di esprimersi in autonomia, facendo emergere anche effetti collaterali caratterizzati da una forte componente soggettiva».
Complessità alle valutazioni sulle interazioni farmacologiche
Romano Danesi, docente di Farmacologia al Dipo della Statale di Milano, ha osservato che «la diversità dei trattamenti oncologici, tra cui chemioterapia, terapie mirate, agenti ormonali, anticorpi monoclonali e anticorpi farmaco-coniugati, aggiunge complessità alle valutazioni sulle interazioni farmacologiche. Ogni classe di farmaci ha caratteristiche uniche, che richiedono un approccio individualizzato. Il metabolismo di ciascun farmaco è influenzato da molteplici fattori, tra cui genetica, età, funzionalità epatica e renale, dieta. Nonostante i progressi nelle terapie, le interazioni farmacologiche sono spesso sottovalutate nella pratica clinica. Anche l’interazione tra vari farmaci, alimenti e integratori può portare a potenziali effetti sinergici o antagonisti, che talvolta non vengono riconosciuti».
I casi di ridotta efficacia dei farmaci immunoncologici
Giuseppe Curigliano, docente di Oncologia medica al Dipo della Statale di Milano e presidente eletto della Società europea di oncologia medica (Esmo), ha precisato che «anche l’immunoterapia sta cambiando la storia naturale di molte neoplasie. Può verificarsi una ridotta efficacia dei farmaci immunoncologici quando somministrati contemporaneamente ad antibiotici, corticosteroidi o inibitori della pompa protonica. Le terapie immunoncologiche si basano sul ripristino delle risposte delle cellule T, che possono essere compromesse da alterazioni dell’equilibrio del microbiota intestinale o da immunosoppressione. La collaborazione multidisciplinare tra oncologi e farmacologi nella pratica clinica consente di prevedere e gestire le interazioni farmacologiche».
Informazione dei pazienti e dei caregiver sui rischi associati alla politerapia
Per Ketti Mazzocco, docente associato di Psicologia al Dipo della Statale di Milano e psiconcologa allo Ieo, «la competenza nella gestione delle interazioni farmacologiche richiede capacità di sintesi, dialogo e responsabilità multidisciplinare condivisa nella decisione clinica. Si pensi all’effetto che lo stato psicologico ha sulla prognosi dei pazienti oncologici, come sottolinea un recente articolo pubblicato su “Nature”. Il punto focale è lo sguardo alla complessità del sistema: porto come esempio lo stato depressivo, che non solo diminuisce l’efficacia dei trattamenti farmacologici agendo sul comportamento, ma contribuendo anche ad un cambiamento a livello del microbiota intestinale, della neuroinfiammazione e dell’infiammazione generale sistemica, favorendo la progressione di malattia. Una strategia chiave per prevenire le interazioni farmacologiche risiede nell’informazione dei pazienti e dei caregiver sui rischi associati alla politerapia e alla mancata aderenza alle cure. Questo primo Convegno nazionale nasce con l’obiettivo di costruire un ponte tra farmacologia clinica e psiconcologia, tra scienza e relazione, offrendo strumenti concreti per orientare la scelta terapeutica nel rispetto della persona, del contesto e della complessità».
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