Clinical Trials & Research

Alzheimer, studio Altems: diagnosi e cure ancora disomogenee tra le Regioni

Presentato alla Camera il paper su nove Regioni: differenze nell’accesso a biomarcatori e Pet amiloide, al centro anche il nuovo Piano nazionale demenze 2027-2031.


Si è svolto il 20 ottobre 2026 alla Camera dei Deputati l’incontro “La malattia di Alzheimer come sfida di sanità pubblica”, promosso dall’Onorevole Annarita Patriarca, promotrice dell’Intergruppo parlamentare per le neuroscienze e l’alzheimer. Nell’evento è stato presentato il policy paper realizzato da Altems Advisory dal titolo “Alzheimer in Italia: sistemi regionali alla prova dell’innovazione diagnostico-terapeutica”. Si tratta di un’analisi comparativa condotta su nove Regioni che ha esaminato governance, organizzazione delle reti assistenziali e grado di preparazione dei servizi rispetto alle ulteriori possibilità di diagnosi e trattamento. L’appuntamento, realizzato con il contributo incondizionato di Lilly Italia, Roche Spa e Roche Diagnostics Spa, ha riunito rappresentanti istituzionali, esperti e associazioni dei pazienti per discutere le priorità emerse dallo studio, alla luce di circa 700mila persone con malattia di Alzheimer in Italia e oltre 3 milioni tra familiari e caregiver coinvolti nell’assistenza quotidiana.

Diagnosi precoce e accesso agli strumenti innovativi al centro dell’analisi

Il documento ha messo in luce come, nella pratica clinica italiana, l’utilizzo dei biomarcatori resti limitato: quelli su liquor coprono il 7% dei pazienti valutati nei centri per i disturbi cognitivi e le demenze, mentre quelli ematici si fermano al 5%. Secondo i dati dell’Istituto superiore di sanità (Iss) richiamati nel report, solo due Cdcd su tre dispongono a livello nazionale di accesso alla Pet amiloide, con una variabilità tra le Regioni analizzate che oscilla tra circa il 48% e il 92%.

Piano nazionale demenze e risorse disponibili per il triennio

Il quadro istituzionale italiano sulle demenze si è sviluppato dal Piano nazionale demenze del 2014, affiancato nel tempo dal Tavolo permanente sulla demenza e dal fondo per l’alzheimer e le demenze. Qui si inserisce il nuovo Piano nazionale demenze 2027-2031, presentato dal ministero della Salute il 21 settembre e articolato in sette aree di intervento, tra cui l’integrazione tra centri specialistici e servizi territoriali, il sostegno ai caregiver e lo sviluppo di sistemi informativi per misurare la qualità dell’assistenza, oltre alla prevenzione e alla diagnosi biologica precoce in vista dell’impiego dei farmaci disease-modifying.

«Mettere al centro dell’agenda pubblica i bisogni delle persone e delle famiglie»

L’On. Annarita Patriarca ha spiegato che «riaccendere l’attenzione sull’Alzheimer significa mettere ancora una volta al centro dell’agenda pubblica i bisogni delle persone e delle famiglie che affrontano ogni giorno la malattia e hanno bisogno di risposte concrete. Questa iniziativa nasce dalla volontà di creare un’occasione di confronto tra istituzioni, comunità scientifica e associazioni e individuare le priorità su cui concentrare l’impegno comune. Di fronte all’evoluzione delle possibilità diagnostiche e terapeutiche, come istituzioni abbiamo la responsabilità di accompagnare il cambiamento, affinché si traduca in servizi accessibili e percorsi di assistenza continui, in qualsiasi parte del territorio nazionale. Mantenere alta l’attenzione significa dare continuità a questo impegno e fare in modo che le famiglie possano contare su un sostegno lungo tutto il percorso della malattia».

Mancanza di rete effettiva e presa in carico adeguata

Patrizia Spadin, presidente Associazione italiana malattia di Alzheimer, ha osservato che «il position paper realizzato da Altems Advisory dà “corpo” e numeri alle difficoltà di malati e famiglie, che sopportano il peso delle differenze territoriali in cure, assistenza e servizi. Aima denuncia da anni la mancanza di una rete effettiva e di una presa in carico adeguata per tutte le fasi di malattia: meno del 50% dei pazienti con diagnosi riesce ad essere ‘in carico’ ai Cdcd e i pazienti in fase avanzata e con problemi comportamentali non hanno luoghi adeguati di cura né specialisti disponibili (se non a pagamento) nella maggior parte dei territori. La diagnosi precoce è possibile in un manipolo di centri, soprattutto nel nord Italia, e l’ipotetico accesso all’innovazione farmacologica, oggi disponibile soltanto a pagamento, è reso inattuabile non soltanto dall’ente regolatorio, ma anche dalle regioni che non investono nell’ammodernamento della rete e nell’organizzazione dei servizi. Sempre più l’Alzheimer diventa una malattia per ricchi».

Reti stabili, dati condivisi e percorsi diagnostici disomogenei

Per Eugenio Di Brino, co-fondatore e partner di Altems Advisory, «l’analisi delle nove Regioni mostra una convergenza più formale che operativa: piani, atti e progettualità ci sono quasi ovunque, ma la loro traduzione in reti stabili, dati condivisi e percorsi diagnostici standardizzati è ancora disomogenea. Abbiamo osservato una catena causale riconoscibile: dove manca una governance operativa, i Pdta invecchiano, i sistemi informativi si frammentano e la diagnosi precoce finisce per dipendere dalla sensibilità dei singoli professionisti. Per questo la preparazione alla futura innovazione non si misura sulla disponibilità di una singola tecnologia, ma sulla capacità di integrare governance, percorsi, infrastrutture informative e continuità assistenziale, valorizzando il ruolo della medicina generale. È su questa integrazione che si gioca la possibilità di offrire alle persone con Alzheimer le stesse opportunità di diagnosi e presa in carico in ogni Regione».

Regione Lombardia come punto di riferimento

Marco Alparone, vicepresidente e assessore al Bilancio e Finanza di Regione Lombardia, che ha chiuso l’evento, puntualizzando che «la sfida della malattia di Alzheimer richiede una visione capace di anticipare l’innovazione, rafforzando le reti assistenziali e garantendo diagnosi precoci e accesso equo alle nuove opportunità terapeutiche. Regione Lombardia vuole continuare a essere un punto di riferimento, promuovendo modelli organizzativi all’avanguardia, capaci di guardare oltre gli attuali indirizzi nazionali ed europei. In questa prospettiva, appare sempre più rilevante sviluppare un sistema condiviso di validazione degli indicatori di processo e di risultato tra le Regioni, in grado di rendere confrontabili le esperienze territoriali e generare dati strutturati a livello centrale, a supporto di evidenze sia sul piano clinico sia su quello economico-contabile. Investire nell’integrazione tra ricerca, centri specialistici e medicina territoriale, insieme alla misurazione degli esiti e alla sostenibilità degli interventi, significa trasformare il progresso scientifico in risposte concrete per i pazienti e le loro famiglie».

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