legge-sulla-concorrenza-e-farmacie«La legge sulla Concorrenza è soltanto l’ultima delle sconfitte della categoria dei farmacisti». Ettore Novellino, professore ordinario di Chimica farmaceutica e tossicologica presso la facoltà di Farmacia dell’università degli studi di Napoli, commenta a FarmaciaVirtuale.it l’approvazione della norma che modifica profondamente il mondo della farmacia.

Professore, come giudica l’ingresso delle società di capitale nella proprietà della farmacia?

Ritengo che sia solo l’ennesima, e sottolineo ennesima, sconfitta della categoria. I farmacisti, per troppo tempo, hanno posto l’accento sul lato commerciale e non sono stati in grado di mettere abbastanza in evidenza la valenza professionale del loro lavoro. Poi è chiaro che in termini finanziari alcuni soggetti saranno interessati, perché in un momento in cui la remunerazione del capitale è del 2-3%, mentre quella delle farmacie (benché scesa negli ultimi anni) è attorno al 10%, per loro si tratta di un investimento interessante. Ma così la farmacia entrerà in logiche di mercato. E quando lo si fa, si sa da dove si parte ma non dove si va a finire.

Per chi vede rischi in particolare?

Per le piccole realtà, che soffriranno di asfissia. Asfissia professionale così come finanziaria, perché il Ssn rappresenta una porzione sempre più minoritaria per le farmacie e, soprattutto nei piccoli centri, non ci sarà modo di integrare con la libera vendita il calo del Ssn.

Vede un problema anche nella presenza in farmacia di un direttore dipendente di grandi catene?
Certo, ma quello che voglio dire è che il rischio maggiore per la categoria è il suo sindacato, che nel corso degli anni non è stato in grado di difendere le prerogative dei propri associati. Quando dico che non siamo stati capaci di evidenziare il ruolo e le professionalità della farmacia come perno del servizio sanitario, mi riferisco proprio a questo: in passato abbiamo avuto la possibilità di organizzarci per diventare un vero punto di riferimento sul territorio, di creare una collaborazione stretta con i medici.

All’epoca il sindacato affermò che ci sarebbe stato un progetto comune: lei lo ha visto questo progetto comune? Quindi è colpa dei rappresentanti della categoria?
In quel caso abbiamo perso completamente un’occasione. E oggi sento ripetere le stesse formule: vogliono fare la “rete delle reti”, ma si tratta sempre di qualcosa che sarebbe gestito centralmente, anziché puntando a liberare la crescita degli attori sul territorio. Noi siamo arrivati a questo punto perché la categoria, per pigrizia, si è adagiata su ciò che il sindacato ha promesso e non ancora realizzato. Ci voleva più incisività: pensi all’articolo del Ddl Lorenzin che avrebbe permesso di portare altre professionalità all’interno della farmacia. È l’unica norma, mi pare, che non è passata. Ci voleva una mobilitazione forte, bisognava farsi sentire. E invece così la farmacia rimane emarginata.

Tornando al Ddl Concorrenza, pensa che il tetto al 20% su base regionale sarà sufficiente a scongiurare gli oligopoli?
Assolutamente no. Soprattutto perché se in quel 20% ci sono le farmacie con fatturati più alti, significherà che le altre saranno strozzate. La cosa assurda, poi, è che è stato aperto al capitale anche se costituito da non farmacisti. Lo ripeto: ciò che è fondamentale è la figura professionale del farmacista.

Se scompare cosa succederà alla categoria? In ambito universitario qual è la situazione attuale?
È un’altra piaga dolorosa. Oggi si parla di numero chiuso, ma io lo avevo proposto nel lontano 2001, quando ero presidente della Conferenza dei presidi delle facoltà di Farmacia italiane. All’epoca però non tirava aria di crisi e mi fu risposto che avere tanti farmacisti poteva essere utile. Poi, nel 2013, sono stato eletto nuovamente alla presidenza della Conferenza e ho riproposto di introdurre una limitazione al numero di iscritti. Anche in quel caso non se ne fece nulla. Oggi, che scontiamo le conseguenze della mancata introduzione del numero chiuso, ci rendiamo conto di come questa miopia ci abbia danneggiati. Poi c’è la questione della riforma del piano di studi. Con altri colleghi abbiamo operato l’adeguamento ai nuovi aspetti professionali, traducendo gli stessi in esami che gli studenti devono sostenere. Abbiamo portato la proposta all’attenzione della Fofi ormai parecchio tempo fa, ma la Federazione non ha mai risposto in modo diretto alla nostra lettera. Poi, come università, siamo andati avanti, e la riforma entrerà in vigore a giorni.

Cosa consiglia alla categoria per rispondere alle novità che arriveranno?
Ai farmacisti di farmacia consiglio di pensare col proprio cervello, senza delegare. E suggerisco di organizzare la farmacia in modo che non sia solo un luogo di vendita del farmaco ma anche un punto di riferimento sul territorio del Ssl, uno snodo sanitario fondamentale. Per farlo serve anche un cambiamento culturale, che come università stiamo promuovendo, anche con corsi post lauream e di aggiornamento. Su questo ci tengo a dire che, per quanto mi riguarda, il luogo migliore per la formazione rimane l’università. Nei master e corsi privati l’unica vera certezza è il costo di cui occorre farsi carico.

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