L’agenzia di stampa AGI ha pubblicato un articolo intitolato «Il paradosso tutto italiano dei farmaci equivalenti», nel quale si sottolinea come in Italia si spendano in media «1,2 miliardi in più all’anno pur di avere medicinali con il brand più famoso, nonostante il principio sia lo stesso. E le regioni del Sud, tendenzialmente più povere, sono quelle dove proprio dei farmaci equivalenti non ci si fida».

Nel testo si spiega poi che «c’è una sorta di rifiuto aprioristico al “nome difficile, che non suona”. Ma forse in questo caso una grande responsabilità ce l’hanno i farmacisti. È comprensibile che la persona non competente (mi annovero tra queste ultime) ordini in farmacia le medicine che prende da sempre ma è doveroso, a quel punto, che il farmacista dietro al banco segnali al cliente l’esistenza del farmaco generico».

L’articolo conclude quindi con queste parole: «Come può una persona qualsiasi, anziana per esempio, resistere al farmacista che consiglia il medicinale di marca perché garantirebbe di più l’effetto e “tanto comunque a lei non importa visto che paga lo Stato”? E a questo punto la categoria da considerare non è più quella dell’ignoranza ma quella della morale. E forse anche della denuncia legale».

Il farmacista Francesco Pragliola ha risposto a tali affermazioni, spiegando che «l’iniziale resistenza al “generico” non dipende dal farmacista ma soprattutto dal governo. Quando sono stati introdotti tali farmaci vi fu mancanza di trasparenza da parte delle istituzioni e dei media, che indicadono le copie dei brand appunto come “generici” (termine quasi spregiativo). Infatti, dopo aver constatato il rifiuto dei cittadini, il termine fu sostituito da “equivalente”».

L’altro errore istituzionale, prosegue il professionista, «fu quello di promuovere il generico perché lo Stato risparmiava e poteva investire in ricerca. Lo Stato ha risparmiato e risparmia nel momento in cui autorizza l’immissione in commercio dei brand con brevetto scaduto e la differenza di prezzo è a carico del paziente. A questo punto è il cittadino, per ignoranza e disinformazione ma anche sfiducia nelle istituzioni, che sceglie il brand in quanto considera il generico di qualità inferiore». Inoltre, «i farmacisti non hanno alcun interesse a privilegiare il brand in quanto sul generico il governo ha previsto una remunerazione maggiore rispetto ai medicinali tutti».

Pragliola aggiunge che «sarebbe stato opportuno, prima di scrivere un articolo simile, entrare in una qualsiasi farmacia del Sud e del Nord, verificare il comportamento dei farmacisti e le varie motivazioni dei clienti che si rifiutano di scegliere gli equivalenti».

All’AGI ha risposto anche il presidente di Federfarma Marco Cossolo, secondo il quale «è vero che in Italia la cultura del farmaco generico è poco diffusa, ma questo non dipende certo dai farmacisti. In farmacia consigliamo sempre i generici. Abbiamo fatto numerose campagne di informazione, fin dalla prima nel lontano 2001 in collaborazione con il Ministero della Salute. Successivamente abbiamo collaborato anche con Cittadinanzattiva, nella campagna “Io Equivalgo”. Spesso, purtroppo, sono i cittadini a rifiutarli perché continuano a considerarli una sottomarca di scarsa qualità».

Il dirigente ha quindi confermato che «sui generici la legge prevede per la farmacia una remunerazione più alta, che nella maggioranza dei casi rende più conveniente per il farmacista dispensare la confezione equivalente rispetto a quella del corrispondente farmaco di marca. Quindi il farmacista non ha alcun interesse ad ostacolare l’utilizzo dei generici».

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