andrea mandelliFarmacia dei servizi e programmazione dei laureati in farmacia. È la ricetta individuata dal presidente della Fofi, Andrea Mandelli, per rispondere alla questione occupazionale nel settore.

È stato approvato di recente il nuovo piano di studi per le facoltà di Farmacia. Qual è il giudizio della Fofi?
Il Comitato centrale della Federazione ha acquisito ed esaminato la proposta elaborata dalla Conferenza dei Direttori di dipartimento. La riforma del corso di studi, sulla quale la Federazione deve per legge formulare un parere, è uno dei nodi centrali nello sviluppo del ruolo professionale. Per questo l’apposita Commissione federale, che è coordinata dal segretario Maurizio Pace, svolgerà anche una serie di audizioni delle componenti professionali e degli altri soggetti che a diverso titolo sono coinvolti, perché è necessario che la valutazione sia approfondita e articolata al massimo grado. È evidente, da quanto la Fofi ha finora sostenuto, che riteniamo che il corso di studi vada modificato in funzione di preparare il farmacista a svolgere un ruolo sempre più attivo nel processo di cura. E questo vale nel territorio come nell’ospedale.

In passato la vostra Federazione aveva sottolineato la necessità di introdurre un numero chiuso nelle facoltà. Quali sono state le reazioni dal mondo della politica? Esistono concrete possibilità che un tetto alle iscrizioni venga introdotto?
La necessità di prevedere il numero chiuso anche a farmacia è stata a lungo sottovalutata, ciononostante abbiamo costantemente sottolineato alla politica e al mondo universitario la necessità di provvedere in questo senso. Iniziative legislative sono state negli anni riproposte e tuttora sono presenti in Parlamento. Non è una questione di facile soluzione, anche perché è evidente che in molti atenei c’è semmai una spinta a ad aumentare le iscrizioni in tutte le facoltà. Peraltro quella del numero chiuso è solo una parte della questione: esiste anche un problema relativo al numero delle sedi dei corsi di laurea, che andrebbe anch’esso ripensato se si vuole realmente fare programmazione. Al contrario, in almeno un caso vi è stata addirittura l’eliminazione del numero programmato.

La stessa Fofi aveva parlato di una programmazione del numero di laureati in farmacia legata all’effettivo fabbisogno di nuovi professionisti: oggi è possibile quantificare quale sarebbe, grossomodo, un numero ragionevole di laureati all’anno, tenuto conto anche delle nuove aperture derivanti dai concorsi straordinari?
La Federazione ha da tempo segnalato questa necessità, possiamo individuare il momento in cui il modello economico della farmacia è entrato in crisi, ovvero i primi anni Duemila. Era evidente che se la rete delle farmacie di comunità cominciava a mostrare problemi di tenuta, a stretto giro vi sarebbero stati riflessi sulla disoccupazione. A questa fattore si è poi aggiunto il blocco del turn-over nel servizio sanitario, e il mancato adeguamento della presenza dei farmacisti ospedalieri, malgrado non siano mancate dimostrazioni di quanto potrebbe essere vantaggiosa l’implementazione della figura del farmacista di dipartimento. Nella situazione attuale i dati del ministero della Salute, e quindi della Joint Action Health Workforce Planning and Forecasting, avviata nel 2015 e promossa dalla Commissione europea, stima che ogni anno il sistema nel suo complesso possa assorbire 1500 nuovi farmacisti, mentre se ne laureano a ogni anno accademico 4700, di cui 4000 si iscrivono all’Albo.

La Fofi ritiene che un’eventuale crescita delle parafarmacie possa aiutare ad assorbire la disoccupazione nella categoria, e dunque anche tra i nuovi laureati?
Non credo che da questo fronte possa venire un miglioramento significativo della situazione. Temo inoltre che, per come sta procedendo il concorso straordinario voluto dal governo Monti, non si possa nemmeno fare troppo affidamento sull’effetto delle aperture di nuove sedi farmaceutiche, non nel breve periodo quantomeno. Temo che gli unici antidoti alla disoccupazione, che porta con sé anche condizioni di lavoro peggiori, siano lo sviluppo della farmacia dei servizi e delle prestazioni professionali, da una parte, e dall’altra una programmazione realistica del numero dei laureati in base ai bisogni. Questo, oltretutto, eviterebbe a molti giovani e alle loro famiglie la fatica e la spesa di un corso di studi impegnativo che, oggi, non offre sbocchi occupazionali adeguati.

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2 Commenti

  1. Perché non dare la possibilità di aprire dei dispensari ,a prescindere dalla definizione di sede farmaceutica, nelle frazioni dello stesso comune e molto numerose in Italia .Si potrebbe avere un servizio più capillare e dare lavoro ai giovani farmacisti.

  2. perché invece non controllare che non ci sia abusivismo professionale? ????? sono stata licenziata per problemi economici e mentre io non riesco a trovare lavoro, la commessa ha preso il mio posto al banco! !!!!!

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