mnlf«La nostra è una categoria in declino, ma le proposte avanzate per risollevarla devo essere sostenibili, non illusorie». È con queste parole che il presidente del Movimento nazionale liberi farmacisti, Vincenzo De Vito, ha commentato le proposte contenute nel Ddl Mandelli-d’Ambrosio Lettieri. Ma il dirigente ha espresso la propria opinione, senza peli sulla lingua, anche su concorso straordinario, società di capitale e mercato del lavoro.

Di recente la vostra associazione si è chiesta se professione fosse in declino: quali risposte vi siete dati?
Come Mnlf e come Confederazione unitaria libere parafarmacie italiane siamo da tempo una voce fuori dal coro: è per questo che ci siamo posti la domanda. La mia convinzione è che quando una professione non riesce più ad offrire lavoro, né ad adeguarsi ai tempi che corrono, significa che è in declino. D’altra parte, la categoria non ha saputo guardare avanti.

Il Ddl Mandelli-d’Ambrosio Lettieri può rappresentare una soluzione per la professione?
Sinceramente mi sembra un progetto legislativo che fa sorridere. Ridisegnare nel modo descritto nel Ddl la professione significa solamente creare una pseudo-prospettiva per i giovani. Sono anni che il mondo della politica, di tanto in tanto, avanza proposte del genere, che però sono sempre naufragate, per una semplice ragione: si propone di introdurre i farmacisti nelle case di cura, sui treni, sulle navi. Perfino sulla Luna forse. Ma non si fanno i conti con il fatto che si tratta di proposte semplicemente insostenibili dal punto di vista finanziario.

Secondo lei dunque manca la copertura?
Una volta parlai con il direttore di un grande penitenziario, chiedendogli proprio cosa ne pensasse dell’introduzione della figura del farmacista all’interno della struttura. Mi rispose che aveva a malapena i soldi per il vitto, figuriamoci se poteva permettersi un farmacista. Intendiamoci: noi non siamo di certo contrari all’idea. Sarebbe certamente utile poter contare sulla presenza della categoria nei luoghi indicati dal Ddl. Ma si tratta di proposte che non potranno mai ottenere il sostegno economico di cui avrebbero bisogno. È per questo che, per me, si tratta di una presa in giro. D’altra parte andiamo verso la fine della legislatura, verso le elezioni: ciascuno porta acqua al proprio mulino…

E cosa propone lei invece per contrastare la disoccupazione?
In Italia ci sono 18mila farmacie tra comunali e private. Il fatturato medio è di 1,5 milioni di euro, e il reddito medio è di 250-300.000 euro. Basterebbe ridistribuire in modo diverso questi introiti e permettere l’apertura di nuove farmacie per dare una risposta in termini occupazionali.

In che modo si potrebbe operare questa distribuzione?
Ad esempio liberalizzando la vendita dei farmaci di fascia C, consentendo che possano essere dispensati anche nelle parafarmacie, nelle quali è presente un farmacista che ha diritto ad esercitare le propria professione in modo libero. Quando sento dire, ancora oggi, che le parafarmacie sono un’anomalia italiana mi viene da ridere: le parafarmacie esistono perché non è possibile aprire nuove farmacie.

C’è però il concorso straordinario.
Che porterà posti di lavoro, certo. Ma fatto in questo modo è una goccia in mezzo al mare.

Lei è favorevole alle liberalizzazioni. Il Ddl Concorrenza apre alle società di capitali: non ha paura dell’arrivo di colossi come Walgreens Boots Alliance?
La prospettiva delle creazione di oligopoli non è di certo positiva. Un mercato controllato da pochi soggetti non è di certo quello che abbiamo chiesto: è stata Federfarma a sostenere la norma. Inoltre, il Ddl è stato progressivamente svuotato nei vari passaggi parlamentari.

Più in generale, lei ritiene che il mondo della politica comprenda le necessità della farmacia?
Credo proprio di no. Soprattutto, non ne conosce le problematiche. Basti pensare ai tirocini in farmacia che non sono altro che sfruttamento. A che serve far lavorare per quattro o cinque mesi un farmacista laureato, sottopagato? A fargli imparare la professione? E allora perché esiste il tirocinio di sei mesi pre-laurea? La verità è che è comodo avere personale qualificato e giovane, a bassissimo costo, che si può sfruttare a rotazione.

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3 Commenti

  1. Ho il serio timore che il dott. De Vito abbia le idee leggermente confuse; afferma infatti che il reddito di una farmacia media come da lui esemplificata sia di 250/ 300 mila euro… allora due sono le ipotesi: o l’ultimo bilancio di una farmacia di cui ha preso visione è quello di una farmacia degli anni 80′ che produceva un fatturato pari a 2/3 miliardi di vecchie lire o se fa riferimento ad una farmacia attuale confonde i ricavi con il reddito… ad ogni buon conto gli darei un consiglio … di prendere le adeguate informazioni prima di parlare.

    • Chi le porge non ha le idee confuse. È lei che forse le ha totalmente appannate. Seguo da cinquant’anni il pianeta farmacia come addetto ai lavori e mi propongo di darle un consiglio. La prima regola della comunicazione è rendersi conto di chi ci si trova di fronte e modularne il confronto. Ergo: si regoli di conseguenza. Eviti di scrivere, tanto non serve a niente. Ci sono tanti modi per imparare. Non me ne voglia. Con tanta simpatia. Vincenzo Devito

  2. Sono d’accordo con De Vito, su tutta la linea. L’unica cosa imprecisa, come attestano gli studi riportati periodicamente sulle riviste di settore, la redditività di una farmacia media odierna è ormai nell’ordine del 10% massimo 15% degli introiti… in pratica oramai è improponibile anche comprarsela una farmacia, che a ripagarla servono 25-30 anni!
    Se volessero fare qualcosa, i nostri inutili politici, basterebbe che togliessero l’ereditarietà delle concessioni per avere un mercato senza prezzi dopati e permettendo ai giovani di avere una vera opportunità.

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