farmacistaChe la crisi stia tarpando le ali e il futuro delle giovani generazioni – e purtroppo non solamente le loro – non è solo un leit motiv retorico o un dato statistico ma una realtà quotidiana, che lede chi è coinvolto e spesso costretto a fare le valigie per cercare di costruirsi un futuro altrove, ma anche il Paese, che investe risorse per formare cervelli e professionalità che poi vanno all’estero. FarmaciaVirtuale ha deciso di raccontare ai lettori la storia di Eraida Goni, una giovane farmacista di origine albanese venuta in Italia in cerca di una vita migliore e ora costretta a emigrare di nuovo a causa della situazione del settore. Una storia in cui tanti si potranno in qualche modo riconoscere, ma anche da cui potranno cogliere qualche utile spunto pratico.

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Eraida, quando è arrivata in Italia?

Sono arrivata nel 1997, il 17 marzo per la precisione. Avevo 16 anni, ora ne ho 32. Sono partita come tutti i clandestini sul solito barcone; nel Paese c’era crisi economica, c’era stata la guerra, e la nostra volontà era di cercare una vita migliore in Italia. Sono partita con mia mamma e mia sorella più piccola. Una madre coraggio. Mio padre era già in Puglia dal 1991. Siamo arrivati dopo quasi due giorni e siamo stati in mare aperto per una mezza giornata davanti a Bari. Se penso al mio passato, ai sacrifici che ho fatto: siamo stati due settimane in un campo perché eravamo senza documenti, e solo dopo siamo riusciti a regolarizzarci, grazie anche all’umanità che abbiamo trovato nelle forze dell’ordine. Mio papà lavorava in campagna, e con tanti sacrifici sono riuscita a fare l’università, a studiare Farmacia a Bari, sempre lavorando nel frattempo.

Com’è stata l’esperienza col mondo del lavoro?

Mi sono laureata nel 2008 e ho avuto diversi contratti, ma sempre part-time; facevo due lavori contemporaneamente. Il massimo a cui sono arrivata sono stati 600 euro mensili. L’ultima esperienza che ho avuto è stata un part-time da 450 euro al mese, e mi hanno detto che l’unica possibilità sarebbe stata andare avanti con contratti precari di pochi mesi e con quello stipendio. Avevo anche pensato nel tempo di trasferirmi in altre città, ma ci sarebbe stato il problema di spese alte e senza certezza di avere un lavoro e uno stipendio. Parlo correttamente italiano, albanese, inglese e tedesco, e sentirmi nullafacente è stato davvero demoralizzante, ma sono sempre andata avanti, finché mi sono ritrovata a un punto che non ce la facevo più.

Poi cos’è successo?

A novembre sono andata sul portale Eures e ho inserito il mio curriculum; ho visto che in Germania ci sarebbero state molte opportunità, e anche in Scandinavia. Mi sono iscritta a diversi gruppi online di italiani che vivono in altri Paesi europei, dove ho messo il mio curriculum, e dopo due mesi ho avuto risposta da un gruppo di italiani in una cittadina norvegese. Mi hanno suggerito di inserire tutti i miei dati in un sistema nazionale di ricerca di lavoro, Finn.no. Ho scoperto che è richiesto solo sapere l’inglese: in caso si venga selezionati si fa un colloquio via Skype, e se lo si passa si viene assunti, ma per i primi sei mesi si fa un corso di norvegese nel posto in cui si andrà a lavorare, con vitto e alloggio pagati e in più mille euro al mese.

Per l’Italia sembra fantascienza…

Nei Paese nordici sono particolarmente richiesti i profili di farmacisti, infermieri, medici, assistenti di studi dentistici; puoi trovare davvero l’America lì, anche se per me andarmene è stata un scelta obbligata. A Bari una volta ho fatto un colloquio e mi hanno chiesto se ero fidanzata per paura che potessi rimanere incinta e assentarmi da lavoro. Nei Paesi nordici, invece, si è sostenuti economicamente e socialmente dallo Stato se si vuole mettere su famiglia, e ciò vale sia per le donne che per gli uomini.

Con che spirito parte?

C’è tanto dolore nel lasciare tutto. Per me questa è una seconda emigrazione; metà vita in Albania, metà in Italia, e adesso si ricomincia. Da sola. Speriamo che sia la volta buona.

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