farmacistiÈ stato pubblicato il 10 ottobre 2015, sullo UK Journal of Pharmaceutical and Biosciences, un paper scientifico firmato da Mauro Luisetto, Francesca Carini e Giovanni Bologna, del Dipartimento Farmaceutico dell’azienda sanitaria locale di Piacenza, assieme a Behzad Nili-Ahmadabadi, dell’americana Nano Drug Delivery. Il lavoro punta a valutare l’importanza dell’apporto dei farmacisti nell’ambito dei sistemi sanitari.
«L’obiettivo del nostro paper – spiegano gli autori nell’abstract dello studio – è di domandare un maggior utilizzo di farmacisti nelle equipe mediche». Essi rappresentano infatti un valore aggiunto, in grado di «ridurre gli errori terapeutici» così come capace di «contenere i costi». Sfruttare l’esperienza dei farmacisti costituisce dunque un’opportunità per gli specialisti del settore medico: «Questo articolo vuole invitare tali professionisti ad assumere un ruolo più attivo nel supporto finalizzato al completamento del percorso terapeutico secondo un approccio più razionale. I farmacisti devono uscire dai loro esercizi privati, al fine di condividere la loro esperienza e le loro conoscenze presso strutture cliniche come ospedali ed ambulatori».
Secondo il paper, infatti, gli specialisti della salute necessitano dell’aiuto dei farmacisti per «comprendere tutti gli aspetti dei trattamenti farmacologici, ad esempio per quanto riguarda le interazioni tra medicinali, gli effetti collaterali, la tossicologia, i metodi di somministrazione». Ciò soprattutto in ragione degli sviluppi futuri della scienza farmacologica, con particolare riferimento alle innovazioni legate alle nano-tecnologie, ai genomi, così come alle terapie basate sulle immunoglobuline: «I cambiamenti sono rapidi. Osservando alcuni corsi universitari attualmente attivi in differenti nazioni, ed alcuni vecchi e nuovi studi riguardanti collaborazioni tra farmacisti e personale medico, abbiamo rilevato come la presenza di farmacisti garantisca un innegabile impatto positivo, e incrementi l’efficacia clinica nelle terapie farmacologiche».
Nelle conclusioni tratte alla fine del paper, i ricercatori spiegano che su questo tema «una discussione dovrebbe essere aperta», anche in ragione dei risultati clinici dello studio, nonché della bibliografia riportata.

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