Sguardo al futuro” è l’appuntamento settimanale di FarmaciaVirtuale.ithttps://farmaciavirtuale.it/sguardo-al-futuro-e-se-cambiassimo-punto-di-vista/ a cura di Raffaele La Regina, farmacista territoriale. Appuntamento settimanale che pone al centro l’analisi di visioni, la proposizione di scenari e l’osservazione della farmacia da prospettive diverse, con la finalità di arricchire la discussione e favorire la nascita di idee che portino a un miglioramento del settore.

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Una vita umana a soli 11,92 euro

È capitato a tutti di vivere la fine di un rapporto di amicizia, di lavoro o di una relazione amorosa.

Se ci pensate bene, ogni volta che ci siamo trovati in una situazione del genere abbiamo formulato a noi stessi due tipologie di domande: Dove ho sbagliato?

Come posso rimediare?

Successivamente, man mano che riuscivamo a dare una risposta a queste domande, abbiamo rimesso in gioco tutto e abbiamo lavorato per provare a recuperare il rapporto di amicizia, di lavoro o l’amore che stava per sfumare.

Quando muore un nostro paziente, però, non ci facciamo mai queste domande.

Siamo così convinti che la morte sia un qualcosa su cui non abbiamo nessun potere.

Siamo soliti dispiacerci, sottolineare quanto fosse giovane il caro estinto qualora fosse deceduto prematuramente o esclamare, addirittura, “eh, ci arrivassimo noi” se il defunto avesse raggiunto una veneranda età.

E pure, se, ogni volta che muore un nostro paziente, ci chiedessimo “dove abbiamo sbagliato” o “cosa possiamo fare affinché questo non accada più”, sicuramente riusciremmo a trovare delle soluzioni utili a salvare la vita di molte altre persone che potrebbero essere candidate allo stesso destino se non si applicano delle azioni correttive.

No, non sto delirando. Le soluzioni sono davanti ai nostri occhi e per mostrarvele vi racconto una storia.

Faccio il farmacista in un paese di 1600 anime circa, San Rufo, in provincia di Salerno. La nostra è una piccola comunità rurale con l’ospedale più vicino a 15 km circa e 5 postazioni del 118 che devono servire un bacino di 19 comuni.

Tra queste circa 1600 anime c’era la signora Elena, classe 1947. Diabetica, ipertesa e un po’ in sovrappeso.

La signora Elena era una Donna umile, una lavoratrice instancabile, una madre premurosa e una nonna attenta.

Rimasta vedova, abbastanza in giovane età, ha dovuto fare da madre e da padre ai propri figli.

Elena era una lavoratrice dei campi e tutti i giorni, in piena notte, prendeva una navetta che la portava sul posto di lavoro, un’azienda specializzata nelle coltivazioni in serra. Partenza alle 3 di notte e rientro alle 16.

Superata la soglia dei 50 anni, le vennero diagnosticate le patologie croniche citate prima e fin qui tutto normale, essendoci anche familiarità per le stesse.

Iniziò le terapie farmacologiche necessarie prescritte dal medico di base ma non effettuava mai delle visite di controllo specialistiche perché non aveva la patente e le risultava difficile incastrare il tutto con gli impegni dei figli.

Quelle poche volte che trovava chi poteva accompagnarla, al CUP le dicevano che la prima data utile era tra 6 mesi e le sue condizioni economiche non le permettevano di potersi rivolgere a dei professionisti privati.

E così, per non far preoccupare i figli e non farli sentire in colpa, diceva che si sentiva bene e che non c’era bisogno di andare in giro per visite mediche.

Tuttavia, sappiamo bene che il diabete è una malattia insidiosa, le cui complicanze quando si manifestano ormai è tardi. Così, ahimè, è stato per la nostra Elena, morta a causa di un ictus, magari causato da una fibrillazione atriale.

Fare diagnosi di fibrillazione atriale è estremamente semplice, basta, infatti, un misuratore di pressione che abbia la capacità di rilevarla, un dispositivo che permetta un ecg monotraccia analizzato da un algoritmo o, addirittura, uno smartwatch.

Tuttavia, soprattutto nel paziente diabetico, fare diagnosi di fibrillazione atriale dovrebbe essere ancora più facile e vi spiego perché.

Il diabete mellito, in quanto patologia cronica, ha un suo PDTA, ovvero un percorso diagnostico-terapeutico assistenziale. Esso non è altro che un modello che indica le prestazioni e gli esami a cui si deve sottoporre il paziente, per il controllo della malattia e la prevenzione delle complicanze, e la relativa frequenza di esecuzione di questi in funzione dello stadio della patologia.

Pertanto, secondo il PDTA, un paziente diabetico, almeno annualmente, dovrebbe eseguire, oltre ad una serie di altre prestazioni:

– Esami ematici

– Elettrocardiogramma

– Esame del fondo dell’occhio

Se la nostra Elena avesse avuto la possibilità di accedere regolarmente alle prestazioni necessarie, capite bene che forse la sua vita non sarebbe finita a causa di un ictus fulminante. Infatti magari, dopo che le fosse stata diagnosticata una fibrillazione atriale, avrebbe iniziato le terapie farmacologiche necessarie ed oggi sarebbe ancora qui.

Riuscite a capire che Elena non è più con noi per il mancato accesso ad una prestazione, l’elettrocardiogramma, che lo Stato rimborsa a 11,92 euro?

Si può morire nel 2022 per 11,92? Abbiamo treni che viaggiano a 300 km/h tele-controllati, abbiamo robot che operano paziente da soli con il chirurgo che si trova dall’altro capo del mondo, facciamo gli esperimenti sulla stazione spaziale e poi? Nel 2022 si muore per il mancato accesso ad una prestazione, magari anche la più banale?

L’articolo 32 della Costituzione recita “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”. Tuttavia, perché per la signora Elena, e sicuramente tante altre persone, tali parole non hanno avuto un riscontro pratico?

Le prestazioni che ho menzionato prima oggi possono essere erogate in farmacia in modo molto semplice attraverso l’utilizzo di strumenti point of care e di telemedicina. Tuttavia, abbiamo gli strumenti ma alle farmacie territoriali non viene riconosciuto ancora il diritto di entrare a pieno titolo nella gestione delle patologie croniche.

Oggi, più che mai, c’è bisogno di modelli di assistenza sanitaria a km 0 con i professionisti della filiera delle cure interconnessi tra di loro.

Ma prima di ogni cosa, dobbiamo convincerci noi che nel nostro futuro professionale dobbiamo imparare a prendere dimestichezza con nuovi strumenti ed acquisire nuove competenze. Inoltre, è fondamentale comprendere che i servizi erogabili in regime di farmacia dei servizi non sono un qualcosa che ci distrae dal nostro core, il farmaco.

Lo so che state pensando, ma questo cosa si è bevuto?

No, non ho bevuto, sono sicuro di quello che vi sto dicendo e ora mi spiegherò meglio.

I tanto famosi servizi ci permetterebbero, se applicati al nostro lavoro in modo concreto, di migliorare la distribuzione del farmaco nei pazienti già in trattamento. Infatti, ad esempio, attraverso gli esami ematici potremmo verificare l’efficacia di una terapia ipoglicemizzante, individuare un paziente non a target, scovare un’insufficienza renale farmaco indotta o un’intossicazione da amiodarone in un paziente fibrillante. Inoltre, come nel caso della signora Elena, l’utilizzo dei servizi di telemedicina ci permetterebbe di individuare la necessità di accesso a determinati farmaci da parte di pazienti con una nuova diagnosi.

Sulla base degli esempi appena citati, siete ancora sicuri che i servizi siano qualcosa di così inutile nel nostro lavoro? Non credete che, invece, possano professionalizzarlo ancora di più?

Il nostro Servizio Sanitario Nazionale, così come organizzato oggi, non ci permette più di rispondere in modo puntuale ai bisogni di salute della popolazione, la storia della signora Elena ne è l’esempio lampante, ed io ho paura che il modello “case della salute” sia solo un cambio di nome a quello basato sui Distretti Sanitari.

E allora, cari colleghi, iniziamo a costruire il futuro partendo da noi stessi. Si, proprio da noi stessi. Iniziamo a svestirci delle paure, iniziamo a spogliarci dei pregiudizi verso il nuovo e solo così torneremo a vivere in modo sereno ed innovativo il nostro futuro professionale.

È fondamentale crederci e mettersi in gioco, altrimenti le altre categorie professionali crederanno sempre che siamo solo degli “stacca-fustelle” o peggio ancora dei “mercanti”, continuando ad escluderci dal futuro, e magari, in un futuro non prossimo, potrebbero sostituirci con un bel marketplace, cosa questa per la quale basta una modifica normativa per realizzarla, non ci vuole proprio tanto.

Su, coraggio, rimbocchiamoci le maniche e, mattone dopo mattone, costruiamo il nostro futuro insieme.

Lo dobbiamo alla signora Elena che avrebbe voluto tanto continuare a circondarsi dell’amore della propria famiglia, lo dobbiamo a noi stessi e al nostro impegno quotidiano al fianco dei nostri pazienti, lo dobbiamo alle generazioni future.

“Ad aspettare i miracoli ci togliamo i secondi e non c’è più cura per riprenderli”, così canta Noemi nella sua “Ti amo ma non lo so dire”. Tali parole dovremmo farle nostre e capire che il miracolo di una professione nuova possiamo farlo solo noi.

Io ci credo, e tu?

A presto

Il vostro Raffaele

© Riproduzione riservata

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