parallel trade farmaciIn questi giorni, grazie al tam tam sui social network, una foto sta facendo il giro del web. È la foto di un tubetto di un noto corticosteroide associato ad antibiotico in pomata, a cui viene strappato lo strato superficiale della confezione, fino a rivelare che si tratta in realtà del farmaco analogo, importato dal Portogallo. Indignati e spaventati i commenti dell’ignaro acquirente, che aveva comprato la pomata per la figlia, e delle centinaia di persone che hanno commentato e condiviso la foto: c’è chi parla di «truffa», «beffa» e «orrore», c’è chi invita a denunciare il farmacista. Preoccupazioni comprensibili perché espresse da non addetti ai lavori, che temono per la propria salute ma anche per il proprio portafogli, scoprendo tramite una banale ricerca in rete che il prezzo dell’analogo di importazione è di soli 4,20 euro, a fronte dei 15 del noto corticosteroide.

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Come i colleghi farmacisti ben sanno, gli allarmismi sono infondati: il parallel trade – vale a dire la pratica di acquistare farmaci all’estero e rivenderli laddove i prezzi sono più alti, adeguandone le confezioni nella lingua locale – è assolutamente legale. Il fenomeno si è sviluppato negli ultimi 10-15 anni, sulla scorta della libera circolazione delle merci all’interno dell’Unione, arrivando nel 2012, secondo alcune stime, a rappresentare il 23% delle vendite totali di medicinali in Danimarca, il 10% in Svezia e circa il 10% in Germania e Regno Unito.

Ma il fatto che la pratica sia lecita, e non comporti rischi per la salute, non basta certo a esaurire la questione. Resta aperto il versante che gli economisti chiamerebbero analisi costi-benefici. Certo, il parallel trade comporta un guadagno monetario nel breve periodo. Guadagno che, è bene ricordare, avvantaggia soprattutto gli importatori paralleli e solo in misura molto minore i payers (pubblici e privati), mentre ai farmacisti restano le briciole. Ma qual è, nel medio e lungo periodo, l’impatto negativo dovuto a un cliente che non si fida più del proprio farmacista? Siamo in un’epoca in cui una foto o un commento possono essere diffusi istantaneamente a livello globale con un semplice clic, e in cui la possibilità di rettificare voci false spesso va ben più a rilento dei retweet e delle condivisioni su Facebook. Si può quantificare il danno reputazionale dovuto a episodi come questo? Interrogativi tutt’altro che banali, che non possono più essere trascurati.

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