In una lettera inviata a FarmaciaVirtuale.it, Andrea Morello, farmacista collaboratore, fa un bilancio della propria professione, dal quale emergono aspettative disilluse e rassegnazione. «Questo è un pensiero sulla mia, ripeto mia, situazione di farmacista collaboratore» esordisce Morello. «Una situazione che ha un che di distopico, di surreale, e che tuttavia diventa odiosa perché sotto gli occhi di tutti, eppure fatta passare per la normalità delle cose. Sono un farmacista atipico, provengo da altra professione e quando a ventiquattro anni scelsi di iscrivermi a Farmacia, lo feci motivato da idealismo e passione, come molte colleghe e colleghi incontrati negli anni. Ora, mi si ripete e mi si vuol far credere che sia normale e giusto che, con professionalità et savoir faire, il farmacista sappia, debba, possa vendere uno spazzolino, una scatola di assorbenti, degli scovolini o delle mollette per i capelli, delle caramelle o degli occhiali da lettura al cliente/paziente che ha davanti. Quasi ogni categoria merceologica – ironicamente, ovvio – è entrata in farmacia giustificata dal fatto che a vendere c’è un professionista che mette a disposizione del cliente la sua competenza. Ma quale competenza è richiesta per articoli che si trovano ampiamente in ipermercati, shop orientali, tabaccherie e mercati rionali, spesso a prezzi con cui non si può competere?».

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«Farmacista venditore, un ruolo assurdo»

Le considerazioni del farmacista proseguono poi sottolineando quanto la professione segua prevalentemente dinamiche commerciali che nulla hanno a che vedere con il percorso di studi seguito per diventare farmacista. «Chi ha chiesto di essere coinvolto nella guerra dei prezzi, io volevo fare il farmacista. Trovo che il farmacista venditore sia tanto assurdo quanto il medico venditore. Infatti, quest’ultimo non esiste. Le materie che ho studiato, chimica generale, inorganica e organica, le chimiche farmaceutiche, la biologia animale e vegetale, la microbiologia, l’anatomia, la fisiologia, la patologia generale e la tossicologia, la tecnologia farmaceutica, l’igiene sono le materie di studio qualificanti e formative del farmacista, per quale sorta di orribile incubo questo percorso non ha nulla a che vedere con le categorie merceologiche sopra descritte?».

«Disillusione anche nel canale online»

Dopo un accenno in merito all’assegnazione di incarichi di natura medica ai farmacisti, come la somministrazione dei vaccini, l’autore della lettera racconta la sua attuale esperienza nel canale online. «Tanto di cappello – per me incomprensibile atteggiamento – per i colleghi che sono ben felici di misurarsi in atti medici senza essere medici». Quanto al canale online, invece, il farmacista si chiede: «Perché anche cambiando ambito e spostandomi nell’on-line, immaginando che il farmacista digitale fosse un’apprezzabile figura futuristica di consulenza e soprattutto informazione sanitaria, nei fatti le mansioni si riducono a quelle di effettuare ordini per i clienti poco digitali e a smistare le chiamate per l’assistenza sulla tracciatura dei pacchi e dei ritardi dei corrieri? Certo, ci sono dei lati positivi nel digitale, come l’avere molto più tempo per ciascun singolo cliente e il poter raggiungere clienti e persone in ogni parte del mondo. Chi resterà a fare il collaboratore in Italia potrà, forse, vederne gli sviluppi».

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