Bias cognitivi, pregiudizi culturali da scardinare, sino alle nuove strategie di governance e industriali, con le loro criticità e aree di miglioramento: sono i temi trattati nel libro “Equivalenti e biosimilari. Il futuro dei farmaci passa da qui”, curato dal giornalista Claudio Barnini, realizzato grazie al contributo non condizionato di Eg Stada Group. Il lavoro è stato pubblicato con l’obiettivo di contribuire a una piena consapevolezza del cittadino-paziente rispetto al valore multidimensionale dei medicinali equivalenti e biosimilari. Il volume affronta un tema tanto attuale quanto ancora bisognoso di chiarezza e di corretta informazione, entrando nel merito della complessità socio-economiche del mondo di equivalenti e biosimilari grazie al contributo di Istituzioni. La pubblicazione vede la prefazione a cura dell’Onorevole Angela Ianaro, membro della commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati, mondo accademico, associazioni di categoria, di pazienti, esperti di farmacoeconomia e comunicazione.

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Il ruolo e la diffusione dei medicinali unbranded

Nel razionale del libro si legge che «se da una parte, dopo oltre 25 anni di presenza sul mercato italiano, i medicinali unbranded sono ormai entrati nell’esperienza quotidiana dei cittadini, dall’altra, c’è da sottolineare come nell’uso comune parole quali “farmaci equivalenti”, “brevetto”, “eccipienti”, e “principio attivo”, siano spesso utilizzate con scarsa consapevolezza e cognizione di causa. Al riguardo, interessanti i risultati emersi da un’analisi semiotica condotta da Elma Research nell’ambito di un’indagine quali-quantitativa su un campione di pazienti, Medici di Medicina Generale e farmacisti, che ha evidenziato ambiguità semantiche del lessico utilizzato per definire i medicinali equivalenti, in cerca ancora di una propria identità autonoma e valorizzante».

L’analisi semantica della terminologia

Alla luce di quanto evidenziato «gli equivalenti si identificano per differenza rispetto a qualcos’altro – il farmaco originator -, implicitamente dimostrando una debolezza identitaria, a fronte, però, del riconoscimento dell’efficacia terapeutica e dell’attribuzione di valori importanti, in primis l’accessibilità economica, che per il 73% dei pazienti intervistati significa che “gli equivalenti sono fondamentali perché permettono a tutti di curarsi”, evidenziando, quindi, una funzione chiave di questa categoria di farmaci in linea con la missione del sistema socio-sanitario nazionale». Ciò nonostante «le parole giocano un ruolo fondamentale nel costruire significati e creare valore intorno alle cose. Nella considerazione generale dei cittadini, il vocabolo “equivalente” identifica un farmaco che ha lo stesso valore di un altro, pur avendo un costo economico più basso. Ciò crea un cortocircuito semantico nella fase di giudizio, giudizio legato al fatto che siamo immersi in una cultura in cui il denaro è il metro universale per dare “valore” alle cose. E ancora: il termine “generico”, ancora molto diffuso tra i pazienti, contribuisce a creare “disvalore” del farmaco unbranded, in quanto evoca valori negativi di “efficacia generica”, “approssimata” di un prodotto che non agisce in modo ottimale».

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