franco-caprino-ripensare-sindacato-imgPer chi, come me, da sempre si occupa della rappresentanza degli interessi di categoria, la notizia di oggi è certamente la sentenza di condanna che l’Urtofar, il sindacato regionale dei titolari della Toscana, ha pronunciato contro Federfarma Pistoia, riconosciuta colpevole di “comportamento antisindacale” per aver stipulato con la Asl provinciale un accordo finalizzato a realizzare un progetto sperimentale di pharmaceutical care.
Per molti, si tratta di “cose toscane, di cui è bene non impicciarsi, non foss’altro che per la semplice ragione che a farsi i cavoli propri si campa cent’anni, senza neppure bisogno di bere la birra, che è comunque alcolica e alla fine tanto bene non fa.
Ma qui la questione è stabilire se davvero la vicenda che ha portato alla sospensione per un anno dell’associazione dei titolari pistoiesi dall’unione regionale (condanna peraltro oggettivamente pesante) sia archiviabile alla voce “cose toscane”, o se invece non ponga questioni vitali per tutto il sindacato e per il suo modo di essere, porsi, proporsi e declinare la funzione della rappresentanza.
Per me, è la seconda che ho detto. È un fatto pacifico (e non sarò certo io a negarlo) che la rappresentanza sindacale – così come quella di ogni altro interesse – per essere declinata con efficacia ed efficienza non possa prescindere da un’organizzazione ben strutturata, costruita intorno a un nucleo di valori condivisi. Ed è altrettanto assodato che un’organizzazione, per funzionare, abbia bisogno di un sistema di regole liberamente e democraticamente sottoscritte, che coloro che ne fanno parte debbono ovviamente rispettare.
Non entro nel merito della decisione assunta dai colleghi toscani, perché (almeno a mio giudizio) il problema non è sapere se e quanto i presunti comportamenti “antisindacali” posti in essere dall’associazione pistoiese meritassero un anno di sospensione, oppure la radiazione in eterno con la pena accessoria della damnatio memoriae. Ma una questione di natura più ampia, a mio modo di vedere, il “caso Pistoia” la solleva, riassumibile in una semplice domanda: quali possono (o devono) essere i paletti di confine dell’autonomia delle articolazioni periferiche del sindacato?
Nel contesto istituzionale profondamente modificato dalla modifica del Titolo V della Carta, con l’ampia devoluzione di poteri che ne è seguita anche e soprattutto in materia di governo della sanità, e nelle condizioni di sempre più spinta “liquidità” (come dicono i sociologi) dei fenomeni e dei problemi socio-sanitari, che per opinione ampiamente condivisa non potranno che trovare risposta nel territorio, quali margini di negoziazione possono (o devono) essere riconosciuti a che nel territorio poi è chiamato a operare?
La questione, secondo me, è tutta qui, e non si tratta ovviamente di una questione di poco conto, perché implica una profonda ridiscussione dei meccanismi di interlocuzione e di dialettica interni. L’organismo sindacale di livello più largo che oggi mi impone di “non fare” una cosa e mi estromette se, al contrario, io la faccio, domani può altrettanto legittimamente impormi domani ciò che io “devo” fare. Anche quando, magari, tutti i miei iscritti abbiano espressamente e unanimemente manifestato (come è accaduto a Pistoia) di pensarla del tutto diversamente o di voler fare altre cose, ben conoscendo la realtà e i bisogni del territorio.
La questione è molto delicata e trovare il giusto punto di equilibrio è ovviamente impresa improba, anche perché (ne sono convinto) bisogna abituarsi all’idea che i punti di equilibrio, nelle società avanzate del Terzo Millennio, si spostano non più di anno in anno ma quasi di giorno in giorno. Ma si tratta di una questione che dobbiamo porci, e subito, anche per evitare che al “caso Pistoia” possano seguirne altri – i prodromi esistono… – e il sindacato finisca per collassare per fenomeni di bradisismo e di erosione interni.
Sono personalmente convinto che la condanna non risolva neppure mezzo dei problemi dei colleghi toscani in materia di interlocuzione con le istituzioni di quella Regione, a nessun livello. E ritengo anche che aprire la porta e pronunciare un “Prego, si accomodi fuori” a chicchessia (a meno che, , ovviamente, non abbia commesso chissà quali efferati reati) sia del tutto in antitesi con quel bene – la salvaguardia del corpus sindacale e della sua unità e solidarietà interna – che con la condanna si pretenderebbe invece di tutelare.
Con questo – lo esplicito per evitare ogni possibile fraintendimento – non sto esprimendo giudizi, né dando consigli né tantomeno pretendendo di impartire lezioni ad alcuno. Semplicemente, mi sembra utile e non più rinviabile una riflessione comune sulla necessità di ripensare criticamente il sindacato nella sua sostanza e nelle sue forme, per valutare se e (nel caso) come adeguarlo a sfide e necessità che – su questo siamo ormai tutti d’accordo – non sono e mai più saranno quelle di ieri. E che, soprattutto, non saranno più in alcun modo riconducibili, se non per alcuni aspetti fondanti, ad un unicum, ma dovranno rispondere alle molte e differenti declinazioni che il governo del welfare sanitario inevitabilmente conoscerà.
Tutto qui, niente di più e niente di meno. “Il caso Pistoia”, per me, è soprattutto e in primo luogo un’occasione per riflettere: mi piacerebbe molto se non andasse sprecata.

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Franco Caprino

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