ENPAFLe prestazioni sono in cifra fissa e coprono a malapena il livello di sussistenza, se non integrate con il contributo facoltativo, peraltro spesso assente. L’analisi quantitativa dimostra inoltre frequentemente l’inadeguatezza del limite di deducibilità previsto dalla normativa tributaria vigente.

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Lobby e corporazioni sono al lavoro in Parlamento per neutralizzare le liberalizzazioni del governo Monti. Timide aperture nel settore farmaceutico perché, pur aumentando il numero delle farmacie pongono limiti alla libertà d’impresa e continuano a mantenere la pianificazione numerica dell’offerta». È quanto sottolinea in una nota il Movimento nazionale liberi farmacisti. Abbiamo iniziato con questo lancio d’agenzia dell’Asca che fa comprendere che la categoria, decisamente privilegiata, sta subendo attacchi da più parti ai suoi storici e corporativi baluardi, anche e non ultimo, sul versante previdenziale. E l’intervento, targato 2013, per recepire le direttive della riforma Monti-Fornero in materia di sostenibilità dei conti, non fa altro che peggiorare la situazione già in partenza tutt’altro che rosea. Occorre innanzitutto una doverosa premessa sulla categoria che stiamo analizzando. La caratteristica saliente dei farmacisti iscritti all’ordine e di conseguenza anche all’Enpaf (Ente previdenziale dei farmacisti) è la netta distinzione tra titolari di farmacie e i restanti colleghi che svolgono l’attività come lavoratori subordinati. Causata dal numero nettamente più alto dei farmacisti laureati e abilitati rispetto al numero di licenze disponibili, la situazione di oligopolio, che è stata spesso ultimamente bersaglio di aspre critiche, è rimasta sostanzialmente invariata negli anni. La distinzione non è solo una questione di principio o di guadagno, ma ha notevoli ricadute anche sotto il profilo previdenziale. Se i farmacisti del secondo gruppo, in qualità di lavoratori dipendenti, hanno l’obbligo e i vantaggi dell’iscrizione all’Inps, più un minimo balzello all’Enpaf (potendo versare un contributo ridotto), i restanti (farmacisti titolari del primo gruppo) si devono affidare solo alle magre prestazioni previste dall’Enpaf, che prevede una contribuzione uguale per tutti e di conseguenza una pensione uguale per tutti, più o meno. È questo gruppo (più interessante ai fini dell’integrazione pensionistica) l’oggetto principale della presente analisi che intende individuare l’ordine di grandezza dei bisogni e le alternative realistiche di intervento a loro copertura. Non dimentichiamo inoltre che il recepimento dell’ultima direttiva della riforma Monti-Fornero ha ulteriormente inasprito requisiti e prestazioni di questa corporazione, per certi versi ricca, che vede messo in crisi il proprio monopolio, ma che ha anche sostanziali problematiche dal punto di vista previdenziale.

Come funziona l’ENPAF

Gli iscritti alla cassa sono tenuti a versare un contributo annuo che per il 2013 è pari a 4.375 euro. A questo contributo obbligatorio va aggiunto un ulteriore versamento per l’assistenza pari a 26 euro e un ulteriore contributo obbligatorio per l’indennità di maternità di 6,5 euro, questi ultimi a evidente incremento del rispettivo fondo solidale di assistenza. In merito alla quota previdenziale occorre specificare che è possibile versare il doppio o il triplo di tale contributo: parimenti si otterrà un incremento proporzionale della pensione. È invece consentita una riduzione del 33%, del 50% e fino all’85% per i soggetti che hanno un altro ente previdenziale di riferimento (i già citati farmacisti dipendenti) con proporzionale diminuzione dell’assegno pensionistico dell’Enpaf. È concessa infine una riduzione, agevolativa per le giovani generazioni, a 2/3 se l’età del contribuente è inferiore a 30 anni. L’iscritto all’albo che non esercita può optare per il contributo di solidarietà pari al 3% di quello base che non dà diritto ad alcuna prestazione pensionistica, ma alla sola permanenza all’albo. Ma ora vediamo nel dettaglio i requisiti e la misura della pensione dei farmacisti.

Pensione di vecchiaia ENPAF – requisiti di accesso sistema a quota fissa

  • 68 anni di età.
  • 30 anni di iscrizione e contribuzione.
  • 20 anni di attività professionale per gli iscritti dal 1995 in poi

Nota: a partire dal 1° gennaio 2016 il requisito anagrafico sarà adeguato in base all’incremento della speranza di vita, con periodicità biennale dal 2019. Ciò significa che l’età pensionabile si innalzerà progressivamente, a favore di un tasso di copertura leggermente superiore, che però non compenserà lo spostamento e l’elevazione del requisito minimo decisamente significativo.

Pensione di anzianità ENPAF – requisiti di accessosistema a quota fissa

Dal 1° gennaio 2016 la pensione di anzianità è soppressa.

In via transitoria spetta ancora a chi matura:

  • 42 anni di iscrizione e contribuzione entro il 2015
  • 20 anni di attività professionale per gli iscritti dal 1995 in poi.

La pensione è concessa a partire dal primo del mese successivo alla maturazione dei requisiti.

Misura della pensione in quota fissa anzianità maturate fino al 31/12/1994

  • 174,16 euro per ogni anno dei primi 15.
  • 122,55 euro per ogni anno a partire dal 16°.
  • 1% in più per ogni anno maturato nel periodo 1981-1994.

Anzianità maturate dal 1/1/1995 fino al 31/12/2003

  • Quota fissa per ogni anno pari a 170,67 euro.
  • 2,4% in più per ogni anno di contribuzione oltre il 30°.
  • 3,33% in meno per ogni anno di contribuzione prima del 30°.

Per i periodi di contribuzione ridotta si applica la medesima percentuale di riduzione anche sull’importo della pensione in proporzione agli anni interessati. Nel caso di contribuzione doppia o tripla vige il medesimo incremento proporzionale con una maggiorazione aggiuntiva del 10% per la doppia e del 15% per la tripla.

N.B. Solo per la pensione di vecchiaia è possibile richiedere il procrastino dell’effettivo pensionamento conseguendo una maggiorazione ulteriore dell’assegno annuo come si può vedere nella tabella sottostante:

enpaf-tabella

Per le anzianità maturate a partire dal 1°gennaio 2004 sussiste una quota fissa maturata per ogni anno pari a 258,70 euro. Nel caso di contribuzione doppia, per gli anni accreditati come tali, si ha il raddoppio della quota a essi attribuita, più un bonus del 10% sul rendimento. Per la contribuzione tripla il meccanismo è lo stesso con il vantaggio di un bonus pari al 15%. La pensione è concessa a partire dal primo del mese successivo alla maturazione dei requisiti.

Conclusioni

Tra i farmacisti emerge con forza il dato che il maggior problema previdenziale è in capo ai titolari che hanno come ente previdenziale esclusivamente l’Enpaf. Le prestazioni sono in cifra fissa e coprono a malapena il livello di sussistenza, se non integrate con il contributo facoltativo, peraltro spesso assente. Questa sotto-categoria di professionisti è mediamente anche la più ricca, con l’aggravante di necessitare di integrazioni elevate per tutelare il tenore di vita raggiunto. Una corretta analisi previdenziale deve considerare con particolare attenzione tutti i parametri che determinano l’obiettivo previdenziale, per non incorrere in una sovrastima delle necessità di risparmio. In particolare va considerata attentamente la patrimonialità dell’attività commerciale che rappresenta la tradizionale fonte di risparmio a disposizione del farmacista. L’analisi quantitativa dimostra inoltre frequentemente l’inadeguatezza del limite di deducibilità previsto dalla normativa tributaria vigente. In questi casi è necessario prevedere un’offerta diversificata, capace di fornire ragionevoli tassi di rendimento da affiancare ai tassi agevolati dal bonus fiscale. Si noti che le giovani generazioni elevano, anche se di poco, il loro tasso di sostituzione atteso, ma parimenti subiscono una traslazione dei requisiti minimi di età per la maturazione della pensione decisamente importanti. Di seguito un quadro sintetico sufficientemente esplicativo della situazione.

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Fonte: Osservatorio previdenza – Fondi & Sicav – maggio 2013

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