enpafIn un periodo sempre più difficile per la farmacia è particolarmente sentito il tema dei contributi da versare all’Enpaf, l’ente di previdenza dei farmacisti, e la questione della pensione che spetta dopo una vita di lavoro, nonché di versamenti. Per capire meglio qual è l’opinione in merito dei colleghi, FarmaciaVirtuale ha lanciato un sondaggio sul modo nel quale l’Enpaf potrebbe migliorare. A prevalere è l’idea che il contributo all’ente non dovrebbe essere obbligatorio ma volontario. Alcuni suggeriscono di «svincolare l’obbligo del pagamento dei contributi dall’iscrizione all’Ordine», mentre altri sottolineano come «molti di noi lavorano per aziende private che già ci versano il Tfr su fondi pensionistici, in questo modo noi dipendenti paghiamo due volte per non avere niente». Un collega mette in evidenza «le enormi criticità nel pagare l’Enpaf da parte della maggior parte dei farmacisti iscritti agli albi, che comprendono: i giovani appena laureati che pur optando per la forma di solidarietà versano contributi a fondo perduto; i borsisti che devono pagare la quota intera a fronte di redditi annuali di circa 10000 euro; precari e nuove forme di lavoro a termine, la maggior parte di loro non riescono a superare i 6 mesi e un giorno per richiedere la riduzione; anziani in difficoltà economica che devono versare una quota ridotta; pensionati che si vedono costretti a versare metà della quota intera per rimanere iscritti a un albo che li ha visti protagonisti per tanti decenni; stagisti che si vedono costretti a pagare la metà della contribuzione intera perché lo stage non è riconosciuto come esercizio della professione; i farmacisti proprietari e soci di parafarmacia che si vedono costretti a versare la quota intera a fronte di un non riconoscimento da parte della categoria della loro professionalità e non ultimo a fronte di un reddito annuale molto misero; i farmacisti che a 50 anni perdono il lavoro, difficile da trovare, e devono pagare la quota, anche se di solidarietà; tutti quei farmacisti inoccupati o con minore reddito che dovranno versare il contributo di solidarietà (quindi a fondo perduto) e non in base al reddito o alle condizioni del momento. Tutti questi professionisti sono chiamati obbligatoriamente a contribuire al mantenimento della fondazione e alle pensioni di 16000 titolari di farmacia».
La seconda proposta di miglioria più gettonata tra i colleghi è quella di maggiore equità e proporzionalità al reddito dei contributi da versare. «Sarebbe opportuno – dice un collega – che chi più guadagna più versi, è assurdo equiparare i versamenti di titolari di grandi farmacie, in termini di fatturato, a quelli di piccole farmacie di paesetti o di parafarmacie». Al terzo posto arriva poi l’extrema ratio: l’unico miglioramento possibile è l’abolizione dell’Enpaf. I farmacisti dipendenti, viene ricordato, già pagano l’Inps, i titolari possono anch’essi confluire in una cassa previdenziale già esistente. Più di un farmacista propone poi, se non altro, una quota annuale meno onerosa, e c’è anche chi chiede una rateizzazione delle quote e chi racconta di essersi addirittura dovuto indebitare per pagare quanto dovuto. Tutto ciò, viene sottolineato da diversi colleghi, a fronte di pensioni erogate che vengono considerate esigue e insufficienti a vivere dignitosamente, quando non vengono etichettate come una vera e propria «miseria». «Quando penso all’Enpaf – racconta un collega – mi viene in mente mio padre, il quale essendo stato titolare per ben 50 anni di una farmacia, e quindi non solo ha versato contributi e trattenute per gli stessi anni, ma addirittura per un quinquennio il doppio dei contributi, andando in pensione avrebbe dovuto campare con poco meno di 400 euro al mese». Particolarmente iniqua viene poi considerata la situazione, a livello di versamento contributivo, di chi già si trova in grande difficoltà perché senza lavoro. La proposta è «l’abrogazione della norma che prevede che il disoccupato iscritto all’Ordine debba continuare a pagare la quota» all’Enpaf. Infine, viene segnalata la necessità che l’ente migliori le relazioni con il pubblico e mostri maggiore apertura. In particolare, i colleghi chiedono un «call center che sia funzionante» e un aggiornamento periodico della situazione previdenziale degli iscritti, e «non farsi vivi solo quando c’è da incassare la quota annuale».

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