ddl concorrenza farmacieNel corso della seduta della commissione Industria del Senato del 5 novembre 2015 numerosi rappresentanti della società civile sono stati chiamati ad esprimere il loro parere sui contenuti del Ddl Concorrenza. Tra questi, i sindacati: in particolare Cisl, Uil e Ugl hanno ribadito le loro posizioni sui temi riguardanti il mondo delle farmacie.
La Cisl, ad esempio, ha spiegato: «Che il settore delle farmacie stia subendo modifiche interne fondamentali è fuor di dubbio, sia dal punto di vista di impresa (il costante contenimento della spesa farmaceutica, sia globale che per prezzo/confezione in combinazione ad uno spostamento delle voci a carico del pubblico sta avendo effetti dirompenti su un sistema polverizzato e cristallizzato da anni), sia dal punto di vista della “lobby protetta” (con le “lenzuolate” di Bersani, ma anche con la presenza sempre più massiccia di capitali finanziari non solo nel mondo delle cosiddette “farmacie comunali”, ma anche in quelle private, con osmosi non sempre chiara tra i sistemi di distribuzione intermedia e di dispensazione del farmaco). Era comunque un sistema, almeno quello delle farmacie private, che si faceva forte di una federazione monolitica come Federfarma in rappresentanza degli interessi comuni di una moltitudine di microimprese, in nome anche di una riconosciuta utilità sociale».
Ancora, la sigla sindacale ha osservato che le modifiche intervenute nel settore, negli ultimi anni, benché «sicuramente migliorabili» avevano visto la dispensazione del farmaco «sempre presieduta dal farmacista laureato, iscritto all’Ordine. E per essere certi della sua autonomia professionale si era provveduto a garantirgli, nel limite del possibile della libera impresa, anche autonomia economica e finanziaria. Questo nell’ottica della tutela della salute del cittadino». Quanto al provvedimento attualmente in esame, secondo la Cisl, esso «avrebbe dovuto intervenire in questo senso, invece si è preferito aprire al capitale privato, che ha legittimi interessi contrapposti a quanto sopra esposto». Inoltre, il sindacato rileva una possibile “falla” nel testo: «L’articolo 32bis introduce “Orari e turni delle farmacie convenzionate con il Servizio Sanitario Nazionale”: ciò potrebbe indurre a pensare che esistano anche farmacie non convenzionate, cosa non prevista dal nostro ordinamento, essendo possibile gestire una farmacia solo tramite concessione governativa». Pertanto, ha concluso il sindacato, «occorre tener presente che favorire la concorrenza non vuol dire che ciò che regola tutto è il capitale: vuol dire stare all’interno di regole che garantiscano ai professionisti il giusto guadagno, pur avendo sempre chiaro che i consumatori, soprattutto nel campo sanitario, vanno salvaguardati».
La Uil, da parte sua, ha spiegato che il disegno di legge, nella sua formulazione attuale, «accoglie gran parte delle proposte di riforma concorrenziale avanzate in questi anni dall’Autorità garante delle concorrenza e del mercato», anche in materia «di distribuzione farmaceutica». Il sindacato ha quindi spiegato di auspicare «l’introduzione di un maggior grado di concorrenza nel settore farmaceutico».
Infine, se la Cgil non ha toccato la questione farmacie nell’ambito del proprio intervento, l’Ugl ha ricordato che «per effetto dell’articolo 48 anche le società di capitali potranno essere titolari e gestire farmacie private, con il solo vincolo di affidare la direzione ad un farmacista iscritto. Considerando che viene meno il limite alla titolarità massima, è di tutta evidenza che si sta aprendo il mercato ai grandi gruppi finanziari, interessati ad investire in un settore che, nonostante i tagli al servizio sanitario, è destinato a crescere esponenzialmente per effetto dell’invecchiamento della popolazione». Secondo la sigla, perciò, il disegno di legge rappresenta «un’operazione che, paradossalmente, potrebbe portare nel tempo a forme di oligopolio». «Una società di capitali – conclude l’Ugl – potrebbe non avere particolare interesse a mantenere aperte le farmacie ubicate nei piccoli centri abitati, né a valorizzare professionalmente il personale dipendente».

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