Studi ed Analisi

Automedicazione: quante volte i farmacisti propongono cambiamenti di terapia ai pazienti?

Uno studio curato da un gruppo di ricercatori australiani ha analizzato, con l’aiuto di alcuni “studenti-attori” di Farmacia, l’apporto dei farmacisti nel contesto dell’automedicazione.


automedicazione farmaciaÈ sempre più alto il numero di persone che decidono di ricorrere all’automedicazione, curando dunque i propri disturbi senza la consulenza di un medico. Si tratta di una pratica, tuttavia, che può presentare molti rischi, e in questo senso la presenza dei farmacisti sul territorio rappresenta un argine fondamentale al fine di evitare conseguenze anche gravi. È partendo da questo assunto che un gruppo di ricercatori dell’università di Sidney, in Australia, ha voluto verificare quali siano le modifiche (ad esempio cambiamenti terapeutici, o di marca del medicinale, ma anche casi di rifiuto della dispensazione) che vengono normalmente decise dai farmacisti in questi casi.
Lo studio, intitolato “Community pharmacy modifications to non-prescription medication requests: A simulated patient study”, è stato pubblicato dalla rivista Research in Social and Administrative Pharmacy. L’analisi è stata effettuata con l’aiuto di 61 studenti di Farmacia, tutti al terzo anno di studi, che hanno finto di essere dei pazienti e hanno visitato per 9 settimane un totale di 36 farmacie presenti sul territorio della città di Sydney. Gli “studenti-attori” hanno chiesto consulenze per un’ampia serie di disturbi, quali asma, insonnia, allergie, riniti. I dialoghi con i farmacisti sono stati registrati in formato audio e sono stati quindi analizzati dai ricercatori. Alla fine, su un totale di 540 visite effettuate, 497 sono risultate utili ai fini dell’analisi. E i risultati indicano che l’apporto dei farmacisti è risultato particolarmente importante: basti pensare che in 245 casi, ovvero il 49% del totale, i professionisti hanno consigliato alcune modifiche alla terapia. «I cambiamenti proposti dai farmacisti rispetto alla richiesta iniziale di un particolare medicinale non soggetto a prescrizione medica – hanno concluso gli autori dello studio – si sono concentrati soprattutto nei numerosi casi in cui il prodotto è stato giudicato non appropriato rispetto alla sintomatologia dichiarata».

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