linee-guida-ipertensione-usaNella giornata di lunedì 13 novembre 2017, le autorità sanitarie degli Stati Uniti hanno diffuso delle nuove linee guida in materia di valutazione della pressione arteriosa. Un cambiamento epocale, dal momento che, sulla base dei nuovi criteri, «decine di milioni di americani in più rispetto ad oggi dovranno modificare il proprio stile di vita o assumere medicinali per trattare il problema». A riferirlo è il New York Times, che spiega come le nuove indicazioni siano state diffuse dall’American Heart Association e dell’American College of Cardiology. Altro dato sorprendente è il fatto che, per quanto riguarda i cittadini di sesso maschile degli Stati Uniti con meno di 45 anni di età, le diagnosi di ipertensione in questo modo triplicheranno, mentre per le donne raddoppieranno. In totale, il numero di americani affetti dal problema raggiungerà quota 103 milioni: «Si tratta di numeri spaventosi», ha dichiarato Robert M. Carey, docente di medicina presso l’università della Virginia. Anche tenendo conto del fatto che, dopo il fumo, l’ipertensione rappresenta la più importante causa di attacchi cardiaci nel Paese. Nello specifico, il livello di pressione al di là del quale è stato stabilito che si è in presenza di un soggetto a rischio è 130 su 80, rispetto al precedente 140 su 90. Si tratta delle prima revisione che viene effettuata dal 2003, figlia anche della constatazione del fatto che i problemi cardiovascolari rappresentano la prima causa di morte negli Usa. Un altro esperto citato dal quotidiano americano ha confermato che «la questione riguarderà un numero molto alto di persone e sarà difficile centrare i nuovi obiettivi» in termini sanitari. Il rischio totale per ciascun cittadino verrà in ogni caso calcolato sulla base di una serie di dati, che includono – tra le altre cose – le eventuali patologie cardiache, la presenza di diabete o i problemi a livello renale. Per formulare le nuove linee guida, le autorità hanno passato in rassegna più di 1.000 ricerche sul tema. In particolare uno studio del 2015, che si è concentrato sulle persone di più di 50 anni. E se per molte delle nuove persone considerate “a rischio” sarà sufficiente modificare lo stile di vita (a partire dalla dieta e dall’esercizio fisico), secondo Harlan Krumholz, cardiologo dell’università di Yale, un numero non indifferente dovrà avviare trattamenti farmacologici.

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