enpafNei giorni scorsi Fenagifar ha pubblicato una petizione nella quale ha chiesto all’Enpaf di adottare una serie riforme al fine di rendere l’ente «un porto sicuro per il futuro pensionistico dei farmacisti». Sono state così avanzate sette proposte, seguite da una reazione di Maurizio Pace, segretario Fofi e delegato nel cda ENPAF ed alle quali il presidente dell’ente previdenziale, Emilio Croce, ha risposto punto su punto. Secondo quanto riferito da Rifday, notiziario dell’Ordine dei farmacisti di Roma, il dirigente ha spiegato che «l’importante è che la riforma della previdenza di categoria sia affrontata da tutti con un approccio responsabile e consapevole, e non a colpi di slogan, di indicazioni generiche e di desiderata tanto seducenti quanto impossibili. Spesso la previdenza è il terreno di iniziative e proposte che, in qualche caso, sono frutto di valutazioni senza sufficiente fondamento tecnico: le pensioni si basano su numeri e logiche molto stringenti e, per conseguenza, ogni intervento deve essere estremamente ponderato, se non si vuole destabilizzare il sistema, pubblico o privato che sia». In questo senso, il presidente dell’Enpaf sostiene che non si possa, ad esempio, «richiedere l’abolizione del requisito dell’attività professionale, ignorando che questo requisito è stato introdotto nel 1995, dietro specifiche istanze della categoria, allo scopo di garantire che il rapporto previdenziale con la cassa di categoria professionale implicasse una certa permanenza nell’esercizio della professione e che dunque l’Enpaf fosse davvero l’ente di previdenza dei farmacisti». La federazione ha inoltre chiesto poi di rivedere il meccanismo legato al contributo di solidarietà, considerato un «odioso onere senza utilità», proponendo che «tale forma di contribuzione sia riservata ai pensionati attivi professionalmente, mentre per gli iscritti che versano già ad altro ente, si potrebbe prevedere un contributo di pari importo che vada a costituire un fondo pensione riscattabile». «È una proposta – ha replicato Croce – priva di coerenza logica e di base tecnica. Il contributo di solidarietà, in realtà è connesso all’esigenza di attenuare il rapporto assicurativo tra l’iscritto e l’Enpaf. La richiesta di convertirlo in un coefficiente economico di pensione, per quanto minimo, comporta la necessità di reperire una copertura finanziaria di lungo periodo per la relativa uscita pensionistica attualmente non prevista, copertura che non potrebbe certo essere trovata nell’esiguo montante economico complessivo versato dagli iscritti che optano per il contributo di solidarietà ma che, inevitabilmente, costringerebbe a un aumento delle altre quote di contribuzione, finendo per gravare sull’intera collettività degli iscritti». Fenagifar proponeva quindi, tra le altre cose, un contributo di 1.000 euro per i neo iscritti per i primi 3 anni, anch’esso rinviato al mittente da Croce: «È una proposta generica e non tiene conto né dell’evoluzione della normativa né della prassi applicativa. E, fatto che reputo preoccupante, visto che viene dai giovani farmacisti, non tiene conto che le forme lavorative richiamate nel documento sono illecite se riferite a un soggetto abilitato e iscritto all’Albo, perché dissimulano un rapporto di lavoro subordinato». Ne discende che «individuare una contribuzione ad hoc, come suggerisce Fenagifar, non solo complicherebbe ulteriormente il sistema ma finirebbe per agevolare gli abusi». In merito alla proposta volta a modificare la natura del contributo 0,90%, il dirigente spiega che «come è noto, la destinazione del contributo al finanziamento complessivo della gestione previdenziale è sancita dalla legge e confermata da una sentenza della Corte Costituzionale».
In merito poi all’idea di far pagare ai pensionati attivi il solo contributo di solidarietà, la replica è stata netta: «In primo luogo, la legge non consente di esentare i pensionati che rimangono iscritti dal versare contribuzione previdenziale ma al più di ridurla fino al massimo del 50% per cento. Inoltre, i contributi previdenziali versati dopo il pensionamento non sono a fondo perduto, ma incrementano periodicamente la pensione sotto forma di supplementi».

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1 commento

  1. Evidentemente il beneficio che ne trae il Dottor Croce da quello 0,9% come stipendio e, forse, come pensione futura, è ben maggiore dei 6000 € lordi all’ anno che spettano ad un farmacista titolare dopo quasi cinquant’anni (quarantanove per la precisione, se si considera il riscatto degli anni universitari ) di lavoro dietro il banco, dal lunedì al sabato ( sì, perchè i titolari non fanno solo quaranta ore alla settimana, e nemmeno la settimana corta ) notti e domeniche di turno. Lo 0,9 % non so nel dettaglio dove vada a finire, ma so per certo da dove esce , e non certamente dalle tasche dei dipendenti, i quali versano i contributi all’INPS per la loro pensione futura. Quindi una drastica rimodellazione dei contributi ENPAF è non solo auspicabile ma soprattutto moralmente giusta, come è altrettanto giusto che i farmacisti dipendenti possano scegliere se e quanto versare all’ENPAF, e che l’ assegno di pensione , al momento della quiescenza di un farmacista titolare o dipendente, sia proporzionale a quanto versato all’Ente nel corso della vita lavorativa, 0,9% compreso.

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