assofarm«Sembra che la questione dell’ingresso delle società di capitale nella titolarità delle farmacie interessi più ora che quando la legge sulla Concorrenza era in discussione. All’epoca, muovendoci compatti e con una chiara strategia di lobbying, avremmo potuto incidere. Invece, nel solco di un’ormai consolidata tradizione, la farmacia italiana non riesce a condurre il gioco del proprio futuro e si riduce a rincorrere gli altri. Ci muoviamo sempre in ritardo, e quando lo facciamo fatichiamo a mantenere una rotta precisa». Secondo quanto scritto dal presidente di Assofarm, Venanzio Gizzi, in un editoriale sul notiziario dell’associazione, la categoria avrebbe potuto dunque fare di più per evitare l’arrivo di grandi soggetti, come le multinazionali, «tanto complessi e potenti quanto monocratici, nei quali le decisioni vengono prese dall’alto e calano su tutto l’organigramma aderendovi con grande efficienza. La loro azione sarà competitiva tanto nel servizio al cliente quanto in ogni attività in grado di assicurare maggiore redditività». A completare il quadro – spiega il dirigente – c’è il fatto che la loro «solidità si tradurrà in prezzi di vendita che le farmacie indipendenti non potranno raggiungere». Né si può pensare che «il mondo dei servizi, tema che alcuni di noi hanno snobbato per anni, possa divenire zona franca dall’avanzata delle grandi catene. In un certo senso ce lo siamo meritato: negli ultimi anni non abbiamo saputo dimostrare allo Stato che potevamo aiutarlo nella riforma dei servizi sanitari locali e nel contenimento della loro spesa».
Cosa possono fare, dunque, le farmacie indipendenti a questo punto? «L’unica vera chance è quella di aggregarsi in gruppi capaci di riprodurre tutte le efficienze di sistema sopra accennate: certezza decisionale, solidità patrimoniale, efficienza operativa lungo tutto l’organigramma. I numeri sono più chiari delle parole: se quasi tutte le farmacie comunali italiane si unissero, avremmo un gruppo di oltre 1.000 punti distributivi sull’intero territorio italiano. Si tratterebbe di una realtà economico-sanitaria con un potere contrattuale impressionante, tanto nei confronti dell’industria quanto verso le Regioni. Avremmo risorse per fare innovazione e sperimentazione in ogni ambito del nostro lavoro. Con ogni probabilità produrremmo utili maggiori di quanto oggi ogni nostra associata è in grado di assicurare al proprio Comune».
Certo, i tempi per un progetto simile non potranno essere brevi. «Ma è possibile ed imprescindibile». Basandosi «sulle esperienze già maturate da alcuni», rafforzando «l’elemento della responsabilità sociale d’impresa» e creando «alleanze con soggetti della grande distribuzione che si rifanno a principi mutualistici e che condividono con noi l’attenzione per il sociale e il territorio».

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